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LEZIONE 4

Lezione 4.  Io sono l’ostacolo

Un senso a questa storia

(Premessa tecnica: questa lezione è il seguito della 2, perché la 3 è una sorta di  “intermezzo zen”. E’ quindi dalla 2 che riparte il discorso).

A questo punto, qualcuno potrebbe pensare che per costruire una buona storia basti mettere il personaggio in un mare di guai. Non è così, anzi così si rischia l’iper-storia: una sequela di conflitti inutili e noiosi, senza alcuna necessità. E quindi ecco la domanda: cosa rende i conflitti necessari? Cosa invece li rende inutili?

Provate a pensare la risposta. Scrivetela su un post-it.  La mia è semplice: senso. Le buone storie hanno a che fare col senso. Pensateci, la nostra vita trabocca di storie, basta aprire un giornale, attaccare bottone nella sala d’attesa di un dottore, passare un pomeriggio al bar: sentiamo decine di storie. Perché perdere tempo a leggerne o guardarne una fasulla?

Perché le narrazioni sono portatrici di senso. Suggeriscono un significato che, nella vita quotidiana, spesso ci sfugge, o non c’è, chissà. Certo, nelle narrazioni il senso non è enunciato in modo esplicito: è suggerito, indicato, fatto balenare. Questo perché il senso delle narrazioni non è una visione del mondo “compiuta” come quella delle religioni, della politica o della scienza. E’ un senso più problematico, più impalpabile, più indicibile. Somiglia più a una domanda che a una risposta, più a una contraddizione da illuminare che a una verità da dire. E’ un dubbio, una qualità dello sguardo, uno stile, un modo di respirare.

Non sto facendo il poeta, cerco solo di dimenticare il nefasto messaggio delle antologie (almeno quelle dei miei tempi) che pretendevano di spiegare le opere mostrandone “il significato”. ARGGGHH! L’essenza delle buone storie sta proprio nella capacità di trasmettere un significato che non si può tradurre in un messaggio logico definitivo. Le narrazioni, come tutta l’arte, sono da secoli la parte zen di un Occidente che ha puntato sul razionalismo. Sono l’oasi nella pretesa di capire tutto, esprimono quella parte di realtà che la nostra civiltà non poteva esprimere nei milioni di teorie logiche che ha prodotto. Le narrazioni trasmettono un senso non definibile e non definitivo. E questo avviene anche (e spesso soprattutto) per mezzo della trama. La trama è un’azione e un’azione sta lì, esemplare e misteriosa, col suo carico di significati. Ci interroga. Ci pone domande. Insinua visioni. Non offre risposte.

Nelle migliori narrazioni, la trama è portatrice di un senso intraducibile: qualcosa che è stato espresso con una narrazione perché non c’era un altro modo per dirlo. Se Dostojesvky avesse potuto riassumere le sue migliaia di pagine in una teoria di 20 cartelle, sarebbe stato crudele a non farlo! Se ha scritto migliaia di pagine di narrativa è perché quello era l’unico modo di esprimere quel che aveva addosso: dubbi, domande, lacerazioni, visioni, speranze, emozioni, fardelli, colpe, sogni, strazi, illusioni, grida. Di questo trattano le narrazioni, del mistero di stare al mondo, e lo fanno nel modo più aperto: cioè con una storia. Una fila di fatti che, se ben scelti, paiono sprigionare o promettere un barlume di senso, non definitivo, che si rivela solo con la complicità attiva del fruitore, e quindi può variare infinite volte.

Tutto questo papiello per dire che i conflitti e gli ostacoli sono tremendamente importanti per tutti i motivi “tecnici” che abbiamo visto nella lezione 2, però non basta mettere i personaggi in un mare di guai per avere una narrazione. I guai dei personaggi, e la loro soluzione, devono avere la capacità di alludere -o illudere- a un senso.

In questi casi c’è sempre qualcuno che chiede “Sì, ma 007? Wilbur Smith? Dov’è il senso?”. La risposta di solito è che nelle narrazioni seriali il senso non c’è perché è puro intrattenimento, sono trame che servono solo allo svago, eccetera. Invece il senso di quelle narrazioni c’è, ed è tragico. Almeno secondo me, il patto che l’intrattenimento di evasione offre allo spettatore suona così: “ehi amico, la vita non ha senso, tu lo sai, io lo so, non perdiamo tempo in storie che ne cerchino uno. Ti offro qualcosa di più sicuro: ti distraggo qualche ora dalla tua ansia del nulla, intanto passi un po’ di tempo, poi troverai qualche altra distrazione”.

E’ una opinione personale ma secondo me l’intrattenimento leggero che domina la nostra epoca non ha nulla di leggero, anzi si fonda su un pessimismo apocalittico: “la vita non ha senso e non vale la pena cercarlo, meglio distrarsi un pochino”. Leopardi al confronto era un guru dell’ottimismo.

Ma bando alle ciance, torniamo alla pratica.  La trama è fondamentale per creare l’allusione (o l’illusione) del senso. Questo avviene persino nelle narrazioni più filosofiche, come ad esempio i fratelli Karamazov, che affronta un tema tipo: “Che ne sarà del mondo dopo la morte di Dio?”

Riassumiamo brutalmente la storia che – evidentemente non a caso- è quella dell’omicidio di un padre. I sospettati sono i suoi stessi figli. Un militare materialista, un intellettuale ateo e razionalista, un fervente e innocente religioso (è il meno sospettato ma a tratti viene il dubbio che potrebbe essere stato anche lui). Insomma, c’è un padre che muore e tre figli sospettati che rappresentano le tre grandi “possibilità dell’esistenza” dell’epoca. E chi è il colpevole alla fine? Nessuno dei tre. A commettere il patricidio è stato il servo con problemi mentali, che non aveva nemmeno un movente. Semplicemente, quando ha sentito l’intellettuale dire più volte che se non c’è Dio tutto è permesso, ha creduto che gli stesse chiedendo di uccidere il padre, e l’ha fatto.

Questa svolta della trama emana un senso potente, evidente e oscuro al tempo stesso. Un significato complesso, fatto di molte facce, che è impossibile da tradurre in un “messaggio” compiuto. Lo si può solo contemplare, o interrogare, magari trovando ogni volta risposte diverse.

Questa lettura dei Karamazov (superficiale e fatta a memoria, non lo leggo da 15 anni) si presta certo a mille obiezioni. Ma non voglio fare critica letteraria, solo martellare un concetto pratico: con la trama dite molto di quel che avete da dire. E’ coi fatti che dovete creare un senso (poi, certo, c’è anche lo stile, ma quella è la parte B del corso).

Ho scelto come esempio i Karamazov perché è un romanzo denso di discorsi filosofici, tra i più alti nella storia della letteratura: eppure persino lì, alla fine è la pura sequenza dei fatti che si incarica di trasmettere il senso della vicenda. Non a caso l’autore filosofeggia su tutto ma sul fatto che l’assassino è il servo, non dice una parola. Anzi, sembra quasi che tutto il filosofare precedente serva a preparare il lettore, per poi lasciarlo nudo al confronto col semplice “fatto” finale e alla sua enigmatica capacità di sprigionare senso.

Scusate la parentesi elevata, ma mi sembrava utile ricordare che i concetti che stiamo studiando non sono solo trucchetti che servono a tener desta l’attenzione e creare storie “che funzionano” o “si vendono”. Possono essere usati soltanto così, ma non è detto. Volontà del personaggio, conflitti, ostacoli, climax e via dicendo sono presenti in Shakespeare come nell’ultima soap. Questi concetti rappresentano il volante, il cambio e la benzina che ci permettono di guidare la macchina. Dove andiamo dipende da noi. Dalle nostre capacità, certo, ma un pochino anche dalla nostra volontà.

Ora torniamo sul pratico. Stavamo parlando di come costruire il percorso di ostacoli & conflitti di cui abbiamo -spero- dimostrato l’importanza nella lezione 2. Abbiamo detto che è importante pianificare con cura questo percorso perchè il senso della storia sarà affidato ai fatti più che ai discorsi. Dobbiamo quindi concentrare tutta la nostra energia nell’inventare una “trama che parli“, cioè capace di allineare fatti che esprimano qualcosa. Per farlo possiamo seguire vari criteri che, come sempre, sono intersecati fra loro e quindi, nell’atto pratico della scrittura, vanno pensati tutti insieme. Nell’elencarli devo dividerli, ma è solo perché si può spiegare soltanto una cosa per volta.

La direzione della storia

Ostacoli o conflitti vanno pensati tenendo presente la partenza e la destinazione finale della storia, che riassumiamo.

PARTENZA. C’è un personaggio che vuole qualcosa, e questa volontà ha a che fare in qualche modo con la sua area di pericolo. Avviene un incidente iniziale che avvia la storia e costringe il personaggio a muoversi per perseguire il suo obiettivo (a volte per definirlo se non l’aveva fatto prima).

DESTINAZIONE. La meta a cui siamo diretti è un cambiamento del personaggio perché una buona storia racconta un’esperienza decisiva di un essere umano, e le esperienze decisive sono quelle che ci cambiano. Se dovete raccontare la vostra vita a qualcuno, scegliete gli episodi che vi hanno costretto a cambiare. Sono quelli i momenti in cui la vita acquista significato. I cambiamenti sono i culmini – spesso anche dolorosi – dell’esistenza. E quando scrivete una storia dovete raccontare i culmini di una vita, non il tran tran quotidiano.

Come ha scritto R.S. Crane (citato dal romanziere David Lodge) “La trama è un processo di cambiamento portato a termine“. E’ così dai tempi della tragedia greca. Perché, come dice Billy Wilder, “La gente apprezza un personaggio che sta in piedi, che ha una sorta di vita propria. Specie se quel personaggio cambia; la cosa importante è che nel corso della storia diventi una persona diversa”.

Il problema è che cambiare è difficile. Noi tutti ci proviamo di continuo, quasi sempre senza riuscirci. Eppure basta parlare con qualche anziano per sentirsi raccontare che nella vita è cambiato, spesso più di una volta. Quindi come avviene questo mitologico “cambiamento” che nessuno riesce a fare, eppure tutti fanno? Semplicemente, è la vita che, in bene o in male, ogni tanto ti costringe a cambiare. Coi fatti, con quello che ti succede, con le esperienze concrete che ti pone davanti. Questo accade nella realtà. E questo accade nelle storie.

Ostacoli & Conflitti sono il percorso che conduce la storia da A a B. Dall’incidente iniziale che mette in moto il desiderio del personaggio (A) al suo cambiamento finale (B). Dunque Ostacoli e Conflitti non sono un orpello, non sono una tecnica per tener desta l’attenzione: sono la simulazione di un processo che avviene nella realtà.

Ora riassumiamo il percorso in uno schema (con tutti i limiti e le semplificazioni del caso).

-C’è un personaggio che ha certe caratteristiche, tra cui una determinata “area di pericolo” (che conosce o non conosce, più spesso non la conosce).

-Accade qualcosa che crea un desiderio nel personaggio (o che lo stimola se già era presente). Il personaggio “deve” mettersi in moto per ottenere ciò che vuole.

-Incontra un ostacolo, reagisce e in qualche modo lo supera.

-Ma incontra un secondo ostacolo (a volte generato almeno in parte dalla sua reazione al primo ostacolo). In qualche modo supera anche questo.

-Si ripete N volte lo schema “ostacolo-reazione”. Ogni reazione del personaggio lo conduce dinnanzi ad un nuovo ostacolo. Gli ostacoli sono sempre più pericolosi (si intende “pericolosi per lui”, cioè rispetto alla sua area di pericolo).

-Si giunge ad un culmine in cui il personaggio, per ottenere ciò che vuole, si trova di fronte un ostacolo così grande che per superarlo è costretto a confrontarsi davvero con la sua area di pericolo e, in sostanza, a cambiare. O comunque ad imparare qualcosa di significativo ed essenziale. Fine.

Se cercate il più sintetico schema-bonsai per costruire una storia, è questo. Certo, uno schema così piccolo lascia fuori molte eccezioni, però la gran parte delle storie scritte, filmate o recitate a teatro, lo seguono. E, come vedremo, molte storie che sembrano avere uno schema diverso, in realtà usano questo, solo travestendolo meglio.

A qualcuno tutto ciò potrebbe sembrare artificioso. In realtà si tratta di un percorso molto naturale, come forse mi è riuscito di spiegare decentemente nella risposta data via mail a uno di voi. La pubblico perché mi pare utile per tutti. Lui si chiama Karma (non è un nome d’arte) e ha scritto quanto segue, appena un po’ riassunto:

“Io sono alla lezione 2. Non riesco bene ad utilizzare la premiata ditta Ostacoli & Conflitti con personaggi che hanno delle problematiche rilevanti, ad esempio se sono mitomani, cleptomani, se si drogano, se la loro timidezza congenita li preserva dal fare ciò che vorrebbero fare, per esempio esibirsi in pubblico (il desiderio in questo caso esiste ma è in un perenne stato di metastasi, perchè il suo ostacolo non è esterno ma interno al personaggio). Quindi il superamento dell’ostacolo è possibile in questi casi solo se c’è una trasformazione radicale del personaggio, e tranne nelle favole questo sembra poco realistico, o perlomeno molto difficile, e insomma io faccio fatica ad applicare lo schema Ostacoli & Conflitti con molti personaggi problematici che mi vengono in mente. Dici che sono io che ho un reale problema congenito nell’inventare storie?”

Risposta “Che l’ostacolo principale del personaggio sia interno va benissimo: è giusto, anzi normale. Però nella vita quasi nessuno risolve i propri problemi interiori affrontandoli direttamente. L’interiorità sfugge, o noi sfuggiamo ad essa: in ogni caso, non sappiamo affrontarla in modo diretto. Quel che accade nella realtà -e che le narrazioni imitano- è un percorso di questo tipo. Qualcuno ha un problema interiore, lo sa o non lo sa ma non importa: in entrambi i casi non farà nulla per risolverlo. Però prima o poi il problema interiore si riverbera nella sua vita reale, dove produce ostacoli concreti e oggettivi.  Per fare un esempio banale: un iper-timido potrà trovarsi ad essere sottovalutato sul lavoro e incompreso dai colleghi perchè non esprime abbastanza quel che pensa, quel che prova e quel che sa.  Per anni la cosa rimane a livello di problema interiore poi un giorno, magari per la crisi economica, l’azienda deve licenziare qualcuno: scelgono lui perchè -causa timidezza- sembra meno in gamba e meno collaborativo di quel che è. A questo punto il personaggio è costretto a mettersi in moto: non vuole cambiare se stesso né affrontare i propri nodi non risolti, vuole soltanto risolvere un problema pratico: trovare un altro lavoro.

Nella realtà può essere che ci riesca restando com’era: nel qual caso siamo contenti per lui ma non è una storia interessante da raccontare.

Oppure può accadere che, cercando di risolvere il problema pratico, debba affrontare una serie di Ostacoli & Conflitti che lo costringono a cambiare: cioè a superare il suo problema interiore (o a peggiorarlo: anche questo è un cambiamento). A questo punto la storia si fa interessante.

In altre parole: questa faccenda degli ostacoli oggettivi che ci costringono ad affrontare i nostri problemi interiori non è un trucco narrativo! E’ così che funziona nella realtà! Il problema interiore prima o poi finisce per concretizzarsi in un problema della vita quotidiana. Quel problema concreto spinge il personaggio a muoversi, affrontando ostacoli che in certi casi lo costringono a confrontarsi col problema interiore, che aveva originato il tutto. E quella è potenzialmente una storia interessante da raccontare”.

Insomma, il meccanismo è quanto di meno artificioso esista. E’ la vita che va così.

La prima regola da tener presente è dunque che ogni ostacolo e ogni conflitto sono le tappe di un percorso che va da A (area di pericolo e volontà del personaggio) a B (cambiamento del personaggio). Avere presente il punto di partenza e quello di arrivo è molto utile. Ovviamente, può darsi che il B non lo sappiate con precisione, però se avete definito bene l’area di pericolo del personaggio, sapete di cosa può trattare, a che famiglia appartiene il cambiamento finale del personaggio.

Nell’esempio del “presunto rocker” quando inizio a scrivere non so ovviamente come finisce la storia. Però so che la sua area di pericolo ha a che fare con un eccessivo desiderio di avere una vita speciale. Questo mi fa sospettare che la sua area di pericolo abbia a che fare con la paura di essere banale: troppo normale. So quindi che la sua crescita avrà a che fare con questi temi. Quello è il B a cui tendo. Ho una bussola, vaga, ma ce l’ho!

Grazie a questa bussola, mi è più facile stabilire se un dato evento serve alla storia o no. E’ utile che il “presunto rocker” incontri un serial killer? No, è chiaro che non c’entra nulla. Che vinca all’Enalotto? Uh, potrebbe essere, così vediamo se coi soldi vive la vita speciale che desidera o no. Però non è ancora il centro, infatti così non c’è conflitto. Idea, gli faccio vincere per sbaglio un concorso all’anagrafe! Ecco, questo funziona, si sente: un aspirante rocker trova un rarissimo posto fisso, si capisce a naso che questo rimescola le carte nella sua area di pericolo. E’ fertile.

Così si può partire, si crea l’ostacolo, poi la reazione del personaggio, le altre reazioni che questa mette in moto. Però man mano che si scrive – e si inventa- si tiene sempre presente lo schema, e così il punto di arrivo (il cambiamento) si precisa sempre di più. Ad ogni passaggio si mette un filo più a fuoco, e abbiamo sempre più strumenti per valutare se un determinato Ostacolo o Conflitto è utile ad arrivare a quel punto, o no.

Si procede così, un po’ pianificando e un po’ inventando. Da un lato scegli razionalmente un ostacolo perché è utile a far andare il personaggio nella direzione in cui deve andare. Però la scrittura è invenzione, magari il personaggio ha una reazione imprevista all’ostacolo che hai scelto. Questo ti fa capire qualcosa in più di lui, diventa un pochino più chiaro quale potrebbe essere il cambiamento finale. Quindi hai una bussola un po’ più precisa con cui  scegliere il prossimo ostacolo, eccetera.

Insomma, si dice che gli scrittori si dividano in due categorie: quelli che prima pianificano tutto e poi scrivono, e quelli che al contrario scrivono per farsi sorprendere dai propri personaggi, scoprendo la storia strada facendo.  Il metodo che vi suggerisco io è una via di mezzo. Si pianifica e si inventa in contemporanea, procedendo su due livelli che si aiutano l’un l’altro.

A mio avviso, è comunque meglio iniziare a scrivere la storia quando si ha un barlume di idea dello sviluppo. Poi potrà accadere che i personaggi vi sorprendano e deraglino dal percorso stabilito: benissimo, riaggiusterete la mappa in corso d’opera. Ma partire senza mappa è rischioso, si rischia di finire in direzioni del tutto sbagliate. Come ha detto Cechov: “Nell’opera ci deve essere un’idea chiara, precisa. Lei deve sapere perché scrive, altrimenti, movendo per questo pittoresco cammino senza uno scopo preciso, finirà per smarrirsi e il suo ingegno le sarà fatale”.

Fra l’altro, se non avete esperienza, rischiate che la vostra incertezza su “dove andare a parare” tracimi nello stile. Quando non sapete dove andare a parare, spesso si sente nel tono. E non fa bene, chi segue una storia in genere vuole sentire un narratore autorevole, che sembri padroneggiare la sua storia.

La complicità tra personaggio e ostacoli

Tra il personaggio e gli ostacoli che deve affrontare c’è una relazione forte, una segreta complicità. Come abbiamo visto, in certe storie il personaggio è fin dall’inizio il co-autore dei propri ostacoli. Facciamo un esempio: io sono un dipendente e soffro perché meriterei una promozione che da anni non arriva. Per questo vado in ufficio malmostoso, evito di impegnarmi al massimo perché quelli non lo meritano, a volte ho una buona idea ma sto zitto: che mi promuovano, se vogliono il mio sapere! Torno a casa frustrato e per di più c’è un collega che abita vicino a casa mia (uno che già è dirigente e quindi può uscire prima, maledetto!) che mi ruba ogni sera il parcheggio a cui avrei diritto. Non oso affrontarlo perché è un mio superiore ma devo dargli una lezione: un mattino metto nel parcheggio una manciata di chiodi a tre punte, così gli buco una gomma e impara, sto stronzo. Quel giorno vado al lavoro sollevato, sono più sorridente e allegro. E forse per questo il capo mi dice di passare a prenderlo: ha deciso di portarmi a cena coi boss, forse è l’anticamera dell’agognata promozione. Mi agito, comincio a pensare che ho un vestito sbagliato, i peli nelle orecchie, forse dovrei fare mezz’ora di lampada… Esco prima con una scusa, corro a casa bruciando i rossi per prepararmi al meglio, mi infilo nel parcheggio e…buco tre ruote della mia macchina con le puntine da disegno che ho messo la mattina, e che avevo scordato. Ora sì che sono nella merda: fra un’ora devo andare a prendere il capo e ho la macchina con tre ruote bucate. Da qui parte una lotta senza quartiere per trovare un’auto in tempo e…

Ok, la storia non è un capolavoro (i capolavori inediti si usano di rado nei corsi gratuiti!) però funziona come esempio: sentite come gli ostacoli sono tutti legati? Si parte da un tizio frustrato perché non si realizza, va in ufficio con un rancore che probabilmente ritarda la sua promozione.  E’ così frustrato che anziché affrontare il superiore che gli frega il parcheggio, mette le puntine da disegno. Ed è quello che poi gli crea il guaio che lo frega.

In questa storia è il personaggio che, con le sue reazioni al problema, crea i propri ostacoli. Questo meccanismo ha una sua profonda ragion d’essere perché, come hanno detto con parole diverse molti saggi, “destino è sinonimo di carattere”. Ciò che ci accade è spesso determinato (o co-determinato) anche da noi.

Però qua non siamo mistici zen. Nella realtà non tutti gli ostacoli sono auto-creati.  Il Male esiste. Esistono i nemici, i cattivi, gli stronzi, la sfortuna. Se  uno esce di casa per fare il colloquio che sognava da anni, ma incrocia una rapina e si becca un proiettile in una gamba, non possiamo dare la colpa ai suoi problemi interiori! E’ sfiga e basta.

Pensiamo a quel tizio che ha diritto alla casa popolare e se la vede soffiare da una famiglia benestante e truffaldina. Anche qua, gli eventuali problemi interiori del personaggio non c’entrano nulla con l’incidente che avvia la storia. Però attenzione: quelli successivi c’entrano eccome. Infatti la reazione del personaggio al “fatto esterno” sarà figlia del suo carattere, dai suoi pregi, dei suoi difetti. Potrà fare denuncia, minacciare gli abusivi con la violenza, far finta di nulla per paura, rifugiarsi nell’alcol, o tante altre cose. Ma qualsiasi azione scelga di fare essa contribuirà a formare l’ostacolo successivo che si troverà di fronte.

In altre parole, anche quando il primo ostacolo è esterno, quelli che seguono dipendono (anche) dalle scelte del personaggio, portano in sé le tracce della sua natura, dei suoi limiti, delle sue paure e dei suoi desideri.

In fondo ogni storia ha questo percorso: “Incidente iniziale – reazione personaggio – nuovo ostacolo – nuova reazione – ostacoli e reazioni a volontà – risoluzione finale”.  Le “non storie” semplicemente non hanno ostacoli e quindi non succede niente. Le “iper-storie” hanno ostacoli gratuiti che non prevedono la complicità del personaggio, non nascono dalle sue reazioni e dunque non parlano di lui, sono arbitrarie, casuali, prive di un senso.

Nelle buone storie invece le reazioni del personaggio e gli ostacoli si influenzano a vicenda, in misura diversa a seconda del tipo di storia, ma un po’ lo fanno sempre. L’eroe e i suoi nemici crescono insieme, nel bene o nel male.

Per questo l’escalation ostacolo-reazione-ostacolo-reazione tende a condurre il personaggio nella sua area di pericolo: perché gli ostacoli sono anche figli suoi, portano i segni delle fragilità e delle paure che ha dentro. Ma guardiamoci intorno, guardiamo le cose più semplici, come le storie d’amore. Quante volte la gente finisce per infilarsi in rapporti chiaramente sbagliati, che sembrano concepiti apposta per ferirli nei loro punti più deboli!! Perché lo fanno? Per masochismo? Gli psicologi dicono di no: ci si infila in rapporti sbagliati per costringersi (inconsapevolmente, è chiaro) ad affrontare quei punti deboli. A farci i conti, a superarli. I rapporti sbagliati sono passaggi in qualche modo obbligati, esperienze di crescita da cui bisognava passare. Chi sa viverli fino in fondo, con tutti gli errori che contengono, può imparare, e non commettere più quegli errori.

Se non siete ancora convinti, prendiamo un esempio opposto, dove gli ostacoli sembrano tutti esterni, indipendenti dal carattere del personaggio. Un classico film americano, ne avranno fatti 10 simili: il marito torna a casa e scopre che una banda di rapinatori ha ucciso la sua adorata famigliola. Lui, accecato di vendetta, tira fuori dall’armadio un fucile (siamo in America!) e cerca gli assassini per sterminarli e vendicare la moglie e il figlio. Ma scopre che quei banditi sono pesci piccoli di una organizzazione molto più estesa. La vendetta si allarga e il personaggio entra in una sorta di guerra in cui si trova davanti nemici sempre più grossi, più spaventosi e meglio armati, che in apparenza nulla hanno a che vedere con la sua interiorità.

Ma siamo sicuri che è così? Mica tanto. Un marito normale a cui capita una disgrazia simile non prende il fucile: prende lo Xanax perché è disperato e vuole morire, o va dallo psicologo, o si rifugia nel letto, o comunque trova un modo per vivere il suo tremendo dolore. E’ la scelta di compiere una “vendetta sanguinaria” (di per sé la scelta più improbabile) a far sì che gli ostacoli successivi siano uomini armati. E quindi anche quegli ostacoli apparentemente “esterni” nascono da una chiara inclinazione interiore: una propensione alla violenza con cui il personaggio prima della fine dovrà fare i conti, se è una buona storia. Ad esempio, chessò, ci sarà una scena in cui può far fuori il boss dei cattivi, portando a compimento la sua vendetta. Ma il boss sta partendo su un piccolo aereo con il figlio. Se l’aereo decolla il nostro eroe non lo ritroverà mai più. Se invece spara col bazooka (che ovviamente nel frattempo ha rimediato: siamo in America!) uccide anche un bambino innocente e diventa come i cattivi che voleva sterminare. Che fare?

Morale: anche in questa storia di sparatorie gli ostacoli sono intrisi della interiorità del personaggio. La scelta iniziale di compiere una sanguinosa vendetta lo conduce a un dilemma in qualche modo “inevitabile”: spargere o no sangue innocente.

Tra parentesi, accade spesso che la scelta culminante del protagonista, quella più importante e decisiva, sia in qualche modo “inevitabile”. Infatti è legata alle basi iniziali, alla volontà del personaggio, alla sua prima reazione, alla sua scelta originaria. Ovviamente “inevitabile” non vuol dire anche “prevedibile”, com’è in questo esempio volante. E’ su queste cose che bisogna usare il massimo di fantasia: ciò che è inevitabile deve sempre essere reso sorprendente. Ma su questo torneremo.

Escalation degli ostacoli

Nel pianificare il percorso ostacolo-reazione c’è un’altra regola che può apparire scontata e che invece chiunque -anche i più esperti – talvolta dimenticano: ogni ostacolo deve essere più difficile di quello precedente. Occorre costruire un crescendo.

Infatti appena il personaggio affronta un ostacolo più “facile” di quello già superato, l’attenzione cala immediatamente. E’ una sfida che non interessa più, perché sappiamo come va finire. Se uno ha saltato una siepe di due metri, è stupido fargli trovare davanti un muro di due metri: è più duro, ok, ma sappiamo che può saltarlo, quindi ci annoiamo. Sappiamo già “come va a finire”.

Proviamo a fare un esempio più sofisticato di un muro da saltare. Una giovane funzionaria di banca, nota per la sua integerrima onestà, viene incastrata da un collega truffatore e incolpata di una gravissima frode che ha portato la banca vicina al fallimento. Il collega, autore della truffa, ha fabbricato perfette prove false che incolpano la ragazza. Ora lei è ricercata dalla polizia, se la pigliano rischia di non poter dimostrare la sua innocenza. Se invece resta fuori ha un’idea per smascherare il colpevole.

La ragazza decide di diventare latitante per dimostrare la sua innocenza.  Però non ha un soldo in tasca, non può rivolgersi a nessuno che conosce, perché sono tutti controllati. Per sopravvivere deve fare ciò che non ha mai fatto: rubare. E’ una scelta difficile: è giusto diventare ladri per poter dimostrare la propria onestà? Supponiamo che risponda sì, e decida di rubare 10 euro per mangiare. Bene, su questo livello di sfida, il dado è tratto. Il personaggio ha già fatto la sua scelta, non potete più mettergliene davanti una dello stesso tipo.

Se poco dopo deve scappare e la fate tormentare davanti all’ipotesi di rubare l’automobile a un povero pensionato, chi segue la storia sbuffa. Perchè quella non è una vera scelta: è sempre un furto, solo più grosso. Per una donna onestissima il dilemma è “posso rubare per sopravvivere?”. Se si è già risposta “sì” rubando i 10 euro, ruberà anche la macchina. Non potete fingere che la seconda sia una scelta tormentata: la gente non ci crede.

Se volete inserire il furto della macchina, occorre che l’ostacolo sia di natura diversa. Ad esempio, una ragazza onesta probabilmente non ha la più vaga idea di come si faccia a rubare un’auto. Ecco quindi un secondo livello di ostacoli, diverso dal primo: la competenza tecnica. Qui la gente ci cascherà perché, semplicemente,  non sa come finisce la faccenda. Se riproponete il dubbio morale “rubo o non rubo”, lo sa benissimo.

Capita abbastanza spesso che in storie anche buone si provi un “senso di ripetizione” nella parte centrale. Quasi sempre si tratta di questo: il crescendo di conflitti non è stato efficacemente pianificato e il personaggio affronta ostacoli di segno inferiore (o uguale) a quelli precedenti. E’ come un videogame che dopo il livello 9, ti rimanda al livello 7, o ti ripete il 9: dopo un po’ ti stufi e spegni.

Al  cinema questa cosa è pazzesca: appena succede, vedi l’occhio dello spettatore che perde quella magica fissità ipnotica, si sposta qua e là, nota delle cose, abbraccia il partner (la noia nei film giova alla coppia, si sa).

Insomma, per costruire l’escalation tra ostacoli e reazioni abbiamo trovato un’altra regola. Già fanno due, le ripetiamo entrambe:

- La catena ostacoli-reazioni collega la partenza con la destinazione della storia. Ogni pezzo deve avere una precisa funzione in quel percorso.

- Un ostacolo non può mai essere di portata inferiore o uguale a quelli precedenti. Deve sempre essere in crescita.

L’escalation è significato

Ovviamente una bella storia non è un videogame, non basta trovare a ogni capitolo “nemici sempre più grossi”. Quando si dice che l’ostacolo deve essere più pericoloso dei precedenti, si intende “pericoloso rispetto all’area di pericolo del personaggio”. L’ostacolo soggettivamente più grande può essere oggettivamente il più piccolo: conosciamo tutti persone in grado di vincere le più agguerrite guerre professionali e poi andare in crisi per una telefonata sentimentale (o viceversa).

E’ questo che permette a uno schema costante fin dal tempo della tragedia greca di produrre milioni di variabili, creando infinite storie diverse. Lo stretto legame tra l’area di pericolo del personaggio e gli ostacoli che si trova davanti fa sì che la creazione dell’escalation “ostacoli-reazioni” sia un lavoro ogni volta diverso, che va sempre fatto “su misura”. Se questo corso riuscisse a convincervi che è su queste cose che va usato il massimo di fantasia, creatività e profondità, avrebbe già raggiunto il suo scopo.

Conflitto di valori

Nella lezione 2 abbiamo detto che ostacoli e conflitti producono curiosità. Se mettete il personaggio in un vicolo chiuso, inseguito da un leone, create la domanda “se la caverà o no?” Finchè non date la risposta, la gente vi segue perchè vuole sapere. A volte però -vi sarà capitato come lettori o spettatori- continuate a seguire, ma sentendovi un po’ presi in giro. Percepite a pelle che quel leone è “disonesto”, messo lì soltanto perché voi vi chiediate “l’eroe se la caverà o no?”. Questo accade quando gli ostacoli sono soltanto muri da saltare, senza che sia in ballo un conflitto di valori, dunque di senso.

Nelle buone storie, ostacoli e conflitti producono curiosità (cioè “fanno il loro sporco mestiere”) ma la loro funzione principale non è questa. Nelle storie migliori, lo scontro tra il personaggio e i suoi nemici racconta un conflitto di valori, vivo, lacerante e comprensibile. Ostacoli e nemici non entrano in scena soltanto per creare la curiosità del “poi cosa succede?” ma per raccontare uno scontro tra visioni del mondo diverse.

Prendiamo un caso narrativo, Stieg Larsson. Secondo me la sua forza nasce dall’aver individuato un conflitto di valori molto vivo ma di cui si parlava poco o nulla. Non voglio definirlo con precisione (è mestiere da critico) ma a grandi linee mi pare evidente che nei suoi romanzi c’è una unica fonte di Male: sono “gli uomini che odiano le donne”. Quelli che cercano di sopraffarle, perchè temono la loro forza e la loro autonomia. Provate a fare mente locale: nelle quasi 3000 pagine dei suoi romanzi tutti i problemi, tutti i mali, tutti i “cattivi” nascono da quel tipo d’uomo. E, d’altra parte, guardate le forze del “bene”: o sono donne forti e autonome, o uomini abbastanza sicuri di sé da provare un sincero rispetto per questo tipo di donne (come Mikael Blomqvist). Considerate che questo inizio di terzo millennio è in apparenza fondato su una acclarata parità fra i sessi, ancora da raggiungere pienamente sul piano pratico ma ormai “scontata” dal punto di vista dei valori. Stieg Larsson con le sue storie ci racconta un’altra realtà, in cui il tema è ancora scottante e un conflitto cova sotto la cenere. Ci dice che molti uomini fingono di accettare il ruolo forte e autonomo della donna mentre in realtà non sono capaci di accettarlo. Non può essere un caso se, nei suoi libri, i personaggi anche secondari che creano ostacoli ai protagonisti appartengono tutti (tutti!) alla razza degli “uomini che odiano le donne”. E’ ovvio che c’è dietro una scelta consapevole. L’autore ha stabilito che lì c’è il Male, e ce lo dice senza fare chiacchiere: con pagine e pagine d’azione mostra i danni fatti da quel tipo di persone. La teoria retrostante passa nel respiro del racconto, senza bisogno di enunciarla.

Ecco quindi la “ricetta” di questo autore: ha individuato un conflitto di valori interessante perché “sotterraneo” e lo ha espresso attraverso incalzanti trame “gialle”. La gente si gusta queste storie efferate e a tratti un po’improbabili, però quando esce dalla lettura ha qualche elemento in più per valutare il collega d’ufficio o il parente che hanno -in forma più lieve- lo stesso problema dei cattivi di Larsson.

Insomma, pensare agli ostacoli e ai nemici solo come un elemento tecnico per creare curiosità e tensione narrativa (“chi vincerà?”) è un peccato. Un’occasione sprecata. Ormai che abbiamo questi elementi (e in una storia dobbiamo averli) vanno usati per raccontare conflitti di valori del nostro mondo, espliciti o sotterranei che siano.

Tutto ciò che si oppone al desiderio del protagonista (ostacoli, limiti, nemici) può dunque assumere uno status molto più alto di quanto assegnato finora. Non è solo un intralcio all’azione che crea curiosità ma può (forse deve) raccontare un conflitto di valori interessante.

A questo fine non basta dunque pensare all’evoluzione del personaggio ma anche a quella del “nemico” (cioè l’insieme di ostacoli, conflitti, antagonisti, che si oppone al suo desiderio). Il loro scontro è il modo con cui un autore mette in scena il conflitto di valori. Quindi è una cosa su cui ragionare con rigore e fantasia.

Per avere una buona storia non dovete solo progettare-creare l’evoluzione del personaggio da A a B, è utile anche dedicare energie a pensare “come evolve il nemico”.

Per fare un esempio: nella nostra storiella del “presunto rocker” ci potrebbe essere a intuito un percorso di questo tipo. Parte da un desiderio esplicito (una vita speciale e fuori dalle regole della normalità) che nasce da una paura segreta (essere lui stesso un tipo banale), poi attraverso la storia arriva al punto B del cambiamento (accettare la propria normalità e nel frattempo capire che la normalità non è banalità, anzi è piena di eroismo).

E’ ovvio che un cambiamento così non avviene in un istante né per volontà: il personaggio deve vivere esperienze, traumi e dolori che lo costringano a una presa di coscienza che da sé non farebbe mai.  Costruire il percorso da A a B significa proprio questo: creare un crescendo di ostacoli, conflitti e antagonisti “su misura”, per far provare al personaggio esperienze ed emozioni tali da giungere a quel punto. Nella creazione di questo percorso non si deve sentire la mano vostra, deve essere tutto naturale: in compenso si può (si deve) sentire la mano del personaggio che, come abbiamo visto, concorre alla creazione dei propri ostacoli e dei propri “nemici”.

Però attenzione, vale anche il contrario: i nemici e gli ostacoli concorrono alla creazione del personaggio. Ogni volta che ne affronta uno, il personaggio si rivela ai nostri occhi con le sue reazioni, comunque mai del tutto prevedibili. E soprattutto, alla fine del percorso, il personaggio cambia proprio per “merito” di tutti i guai che ha incontrato sul cammino.

Oltre a dedicare le vostre risorse di “ingegneria e creatività” a delineare l’evoluzione del personaggio, dedicatene altre a pensare al “disegno del male” nella vostra storia. Che ad opporsi alla volontà del personaggio sia un antagonista unico, un “nemico diffuso”, il caso, la natura o quant’altro, la sua azione deve essere sempre crescente, sempre sorprendente, sempre “appropriata ma imprevedibile”.  Per far crescere il vostro personaggio non c’è nulla di meglio che un nemico potente.  E per farlo arrivare nella direzione in cui deve arrivare non c’è nulla di meglio di un “nemico intelligente” che sa colpirlo nei punti deboli.

A ragionare solo sull’evoluzione del personaggio si rischia di restare a secco o di trovare soluzioni ripetitive. Ragionare anche sull’evoluzione e l’escalation del “nemico” può essere di grande aiuto.

Tutto ciò sarà oggetto della prossima lezione. Volevo anticiparvelo perché vi sarà d’aiuto nel fare gli esercizi finali. Ma prima una precisazione.

Buoni, cattivi o…?

Abbiamo parlato di “male” e “nemico” per comodità ma è in molte storie non sono chiaramente delineati buoni e cattivi. Milan Kundera, ad esempio, sostiene che il romanzo non debba occuparsi di questo perché “l’uomo sogna un mondo in cui il bene e il male siano nettamente distinguibili. Su questo desiderio si sono fondate le religioni e le ideologie”. Invece il romanzo secondo Kundera è “il territorio in cui nessuno possiede la verità, né Anna né Karenin, ma in cui tutti hanno diritto ad essere capiti, Karenin non meno di Anna”.

La grandezza del romanzo consiste per Kundera nel superare il desiderio istintivo di un mondo diviso in bene e male, per approdare a una sorta di saggezza dell’incertezza, dove il bisogno di capire supera quello di giudicare. E’ il terreno dell’ironia romanzesca, in cui l’autore non giudica, semplicemente racconta i conflitti fra i personaggi, senza prendere posizione, anzi cercando di capirli tutti.

Se si imposta il conflitto di valori in questo modo, restano tutti gli elementi della storia (volontà, ostacoli, conflitti, climax, eccetera) ma scompare la distinzione fra il protagonista (“l’eroe”) e i suoi nemici. Vengono a trovarsi tutti allo stesso livello, sono protagonisti in conflitto tra loro, senza che l’autore si identifichi col punto di vista di uno o dell’altro. Come ne “Lo Scherzo” in cui Kundera tratta allo stesso modo i diversi personaggi: per cui, pur avendo conflitti anche aspri tra loro, non c’è il buono e il cattivo, sono visti tutti con uno sguardo imparziale che cerca di comprendere le ragioni di ciascuno. Questo accade in moltissimi romanzi, classici e non, ed è forse una delle principali differenze della trama nella letteratura e nel cinema. Infatti al cinema gli autori tendono più nettamente a entrare nel punto di vista di un personaggio principale, che diventa l’eroe, mentre inevitabilmente chi vi si oppone diventa il “nemico”. A mio avviso questo deriva da una ragione ideologica o estetica ma pratica:  il tempo. Il cinema è più breve, non c’è il tempo materiale per empatizzare in profondità con più personaggi. Infatti già nella fiction seriale, dove gli autori hanno decine di ore a disposizione, le cose cambiano. Ma è un discorso difficile, da intellettuali. Qua siamo artigiani, non ci compete.

Esercizio finale

E’ giunta l’ora. Anche voi, come i personaggi delle storie, dovete scegliere. Avete gli “inizi di storie” fatti dopo la lezione 1 e revisionati dopo la lezione 2.

Erano, ricorderete, storie fatte per “essere buttate via”.  Bene, è il momento di farlo. Scegliete quella che vi piace di più e buttate via le altre.

Nello scegliere la storia assicuratevi che ci siano tutti gli elementi che devono esserci in un inizio. Un protagonista, un desiderio chiaro del protagonista, un evento che lo costringa a mettersi in moto per raggiungere il suo obiettivo. Poi deve esserci la sua area di pericolo: questa potete scriverla o non scriverla (in una storia non si scrive) però voi dovete averla ben presente, magari anche solo in modo intuitivo,

Domanda: e se ci sono più storie che mi piacciono? Tenetene una sola lo stesso, è un esercizio. Sull’altra magari lavorerete poi.

Bene, avete tenuto una storia. Su questa dovete fare 4 cose:

1. Revisionare di nuovo l’inizio alla luce della nuova lezione (scrivere è riscrivere, ricordatelo)

2. Andare avanti, costruendo un percorso di Confitti e Ostacoli. Qualcosa si frappone tra il protagonista e ciò che desidera, lui reagisce e supera il problema, poi c’è un altro ostacolo, lui reagisce e… Create un percorso con almeno 4-5 ostacoli, seguendo le regole espresse nella lezione. Rileggete queste regole più volte. Aiuta. Non arrivate a scrivere il finale.

3. Uguale al punto 2, ma con contenuti diversi. Prima avete creato un percorso che parte con un ostacolo X? Bene ora cambiate totalmente X e provate a vedere che succede alla storia prendendo quella direzione. Se vedete che imbocca una direzione simile a quella precedente, cercate di allontanarvi. L’esercizio serve a sperimentare alternative. Anche in questo caso create un percorso con almeno 4-5 ostacoli.

4. Ora avete un inizio di storia, ma due sviluppi totalmente diversi. Scrivetevi una piccola relazione sui due sviluppi, valutandone caratteristiche, pregi, difetti. Poi scegliete quella che vi sembra migliore.

AVVERTENZA: qualcuno non ha ancora iniziato a fare gli esercizi. Credo sia il momento di farlo. Adesso si può ancora recuperare. Andando avanti sarà sempre più difficile.

NOTA TECNICA

Molti mi hanno chiesto come devono essere questi abbozzi di storie. Le domande principali sono due.

-Quante pagine devono essere?

-Devono avere uno stile definitivo o essere solo una traccia?

Risposta. Non sono questioni fondamentali. Gli esercizi servono a prendere dimestichezza con un metodo per “fabbricare storie”. Servono quindi a sviluppare un modo di pensare più che a produrre un testo con determinate caratteristiche.

Considerate questo: lo scritto che producete è un “progetto di narrazione” non una narrazione. Nel cinema sarebbe un soggetto, nella narrativa un “progetto di romanzo” da dare all’editore per strappare un anticipo più alto J.

Quindi per ora non fatevi distrarre dallo stile. A quello penseremo poi. Ora stiamo cercando di imparare a costruire una trama. Quindi limitatevi ad uno stile basic ma senza scrivere semplici appunti, cercate comunque di raccontare. Diciamo che in questa fase l’ideale è uno stile da giornalista di cronaca: raccontare i fatti nel modo più chiaro, diretto, preciso e sintetico (so che ne siete quasi tutti capaci, ma se volete qualche dritta in materia c’è sull’homepage “abc dello stile”).

Tanto per dare dei numeri (indicativi) alla fine il vostro “progetto di storia” dovrebbe stare dentro le 10 pagine. Diciamo divise così.

- 2 pagine per l’inizio della storia (presentazione personaggi e situazioni, incidente che avvia la storia)

- 6 per lo sviluppo (crescendo ostacoli-reazioni)

- 2 per la conclusione

Questi numeri sono puramente indicativi. E’ solo per dare un riferimento a chi l’ha chiesto.

  1. Franz Caligari
    7 settembre 2014 a 12:03 | #1

    Il corso è strautile. è ricco di “parole sante” per chi cerca, come me , di scrivere (in questo momento sceneggiature di corti). ho letto e riletto le lezioni fino alla 4. Ho quasi paura di affrontare la 5. Perchè finita quella mi troverei davanti al “nulla”. Arriveranno le altre lezioni? Aspetto con fiducia e gratitudine.
    PS Ma il blog non c’è più? Quando clicco, mi da “pagina bianca”

  2. Margarita
    28 aprile 2014 a 20:37 | #2

    @Tizz Bravissimo! Pure io ho avuto problemini con l’accesso ma ABBIAMO VINTO ENTRAMBI YEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEE

  3. Margarita
    28 aprile 2014 a 20:27 | #3

    Ok. Sono su questo sito da 2 giorni e già mi piace! Inconsciamente penso che intuivo quello che hai spiegato prima ancora di leggerlo, ma non riuscivo lo stesso a capire come scrivere la mia storia preferita. Quindi ti ringrazio mille volte per avermi aiutato, ora il mio libro può veramente cominciare! Come abbozzo, ma pur sempre un inizio ;) Magari non lo pubblicherò mai e lo terrò nel comodino solo per me, ma devo assolutamente farlo perché non voglio dimenticare le avventure della mia beniamina. Per riprendere quello che ha detto Laura qui sopra,io ho qualche anno in meno di lei e questo sito mi è stato consigliato da un’amica che pure sta scrivendo un libro… Ancora GRAZIE per i tuoi consigli/insegnamenti. Sei un Maestro con la M maiuscola!
    P.S. giuro che farò tutti gli esercizi. Quando avrò tempo. Per ora sono solo a quello di riscrivere i sogni, ma conto di recuperare anche quelli precedenti il prima possibile :)
    FABIO: Grazie. Essere sopravvalutati è bellissimo!

  4. LINAGIOVANNA
    12 marzo 2014 a 16:09 | #4

    Grazie Fabio, molto interessante, sto proseguendo, certo con i miei tempi, le mie difficoltà e resistenze, ma vado avanti…Grazie!

  5. Pilon89ias
    30 gennaio 2014 a 11:11 | #5

    Fabio, ti ringrazio molto per questo corso. è appassionante e si studia molto bene. Per anni ho studiato per conto mio varie storie, principalmente cinema e seriali, e qui non ho trovato molto di più di quello che già avevo estrapolato. Ma hai dato un ordine al tutto riducendo quaderni in poche pagine, il che mi ha permesso di poter studiare i miei soggetti con più metodo per individuare gli errori. Per questo non ti ringrazierò mai abbastanza.
    Vorrei chiederti una cosa. Nel corso dei tuoi studi, hai incontrato ottimi testi per l’insegnamento del seriale? Io non aspiro a diventare un grande scrittore e a trattare i meandri dell’esistenza. Voglio però diventare un intrattenitore ed eccellere specialmente nel campo della commedia. Mi farebbe molto comodo ricevere qualche indicazione su come adattare queste dinamiche (che ora grazie a te sono diventate tangibili) al formato seriale. Quindi all’efficacia del pilot, alla tendenza ad allontanare continuamente la meta,…
    Beh, intanto mi studio il McKee.
    FABIO: Purtroppo devo ammettere che sul seriale sono indietro. Quando ero giovane non c’era, o non era così bello come oggi. Insomma, nell’età dello studio matto e disperatissimo, io il seriale non l’ho studiato. E adesso studio meno. E’ bello dirlo? No, per niente. Però è vero, quindi mi tocca :)

  6. LLaura
    6 giugno 2013 a 23:54 | #6

    Essendo arrivata alla fine della quarta lezione credo sia arrivata l’ora di ringraziarti veramente per tutti i benefici che mi stai regalando!
    Sto davvero “studiando” queste pagine e mi sto impegnando molto negli esercizi. Ecco a questo proposito volevo dire proprio che, per quanto riguarda gli inizi di storie, ho notato che appena scritte nessuna di loro mi piaceva. Alla fine, dopo le tante revisioni e riscritture alla luce di tutte le nuove cose che imparavo, mi sono accorta che mi piavevano tutte!
    Mi hai fatto crescere e te ne sono davvero grata!!
    Credo che ti possa far piacere sapere che ho solo 16 anni… Chissà magari pensare di avere un lettore così “giovane” fa sentire ancora più bravi e coinvolgenti!

    In merito a questo volevo chiederti: non ti sembra forse troppo prematuro per me il fatto che io stia imparando tutto questo? E se in un futuro io decidessi di seguire altri corsi, mi darebbero un altro metodo che mi confonderebbe totalmente le idee? (Se c’è un altro metodo)
    Insomma è un piccolo dubbio che mi è venuto studiando, ma è irrilevante perchè continuerei comunque a fare il corso fino all’ultimo! :)

    FABIO: Certo, mi fa molto piacere avere corsisti giovani. Fra l’altro, credo che alcune di queste cose andrebbero insegnate a scuola. Il sapere narrativo è importante per capire il mondo in cui viviamo.
    Quando alla diversità dei metodi che incontrerai sul tuo cammino, non preoccuparti. E’ normale.
    Questa non è ingegneria, non esiste un “unico modo giusto di fare le cose”.
    Ognuno deve trovare il proprio stile e il proprio metodo.
    In futuro ti confronterai con metodi diversi di insegnamento della scrittura, è inevitabile.
    Ma sappi che non ne esiste uno giusto e uno sbagliato.
    Dipende dall’effetto che fanno sull’allievo: se un metodo ti stimola, ti appassiona, ti fa tentare esperimenti di scrittura, funziona per te. Ed è questo che conta.
    Tanto alla fine si tratta di trovare il proprio metodo e il proprio stile.
    In bocca al lupo, confido in una dedica nei tuoi futuri best seller :)

  7. immagine5
    20 aprile 2013 a 17:00 | #7

    Grazie. Il tuo corso è stato per me come uno squarcio di sole in mezzo a un temorale.
    Fra tanti corsi di scrittura a pagamento, il tu che è gratis è l’unico che mi insegna a costruire una storia. Non è difficile scrivere ma costruire e mettere insieme le varie parti. Mi rimetto al lavoro e promuovo il “passaparola”
    Anna

  8. Lev
    12 aprile 2013 a 1:47 | #8

    Grazie mille per questo CORSO DI SCRITTURA CREATIVA, è davvero un ottimo CORSO DI SCRITTURA CREATIVA! A parte le stupidaggini… Grazie. Forse ora riuscirò a scrivere una storia, chissà :)
    Ho iniziato il dream writing e spero che il mio inconscio voglia fare la pace con me.
    Mi sembri una brava persona, e ti auguro il meglio.

  9. Stefano Lazzari
    20 gennaio 2013 a 20:02 | #9

    Bella lezione. Dice cose che conosco già, nell’inconscio. Beh, più o meno…
    Le idee le ricavo dappertutto: in quello che vedo, in ciò che dice la gente oppure in gesti semplici & banali.
    Mi venne un’idea, per esempio, di un racconto comico semplicemente aprendo un rubinetto di casa mia: non ho la classica manopola a vite, ma di quelli a leva e accanto al rubinetto (del bagno) c’era un flacone di sapone liquido, di quelli a pressione, semivuoto. Il rubinetto cromato mi è parso un elmo con un nasale pronunciato e a ruotarlo a destra e a sinistra mi dava un effetto comico. Come quello di un cavaliere in un’armatura troppo grande per lui. Non sua, quindi. Il flacone mezzo vuoto, di conseguenza è diventato lo scudiero mezzo-scemo.
    Ho cominciato a chiedermi perché un cavaliere aveva un’armatura non sua e cosa ci faceva con uno scudiero stupido ed ecco l’abbozzo di storia.

    Molto più interessante è stato il discorso dei problemi crescenti: lo sapevo già ma non avevo idea di come renderli “davvero” crescenti. Ora lo so.
    E non avevo pensato anche alla faccenda del nemico, che deve crescere insieme al protagonista. In sostanza sarebbe meglio creare una storia “parallela”, riassunta, su quello che fa il nemico nel frattempo che il protagonista fa la sua storia…
    Molto interessante questa lezione.
    Fra poco mi tufferò nella prossima e vediamo cosa succede.

    Grazie per dividere con noi le tue esperienze.

  10. scirocco78
    23 settembre 2012 a 23:08 | #10

    Dopo l’esercizio di scrittura al mattino appena sveglia (con bocca impastata ed occhi a pallone), sono pronta a tutto…vado con la quarta lezione!
    Rinnovo la stima, un caro saluto!

  11. nadiana
    9 settembre 2012 a 11:36 | #11

    Ciao a tutti, dopo 2 anni rispetto a voi.. Sono arrivata. Mi sono ritrovata qui per caso, così come per caso mi sono immessa nel mondo della scrittura. A volte penso sia stato un miracolo. Mai e poi mai, avrei pensato di poter scrivere o inventare una trama, ma appunto, la vita ti cambia. Ora sono disoccupata e mi sto dedicando al mio manoscritto (se così vogliamo chiamarlo) completamente. Mi assorbe le giornate e io stessa voglio sapere come va a finire, perché mi rendo conto che in certi momenti si scrive da solo. Non ho alternative! Grazie Fabio, grande persona. Condividere le proprie conoscenze non e’ da tutti. Chissà se mi risponderai?! Baci :-)

  12. Jessica De Marinis
    11 giugno 2012 a 14:22 | #12

    Ciao Fabio! Prendo spunto dalla conclusione della IV LEZIONE nella quale viene fuori il problema del tempo: una delle differenze tra letteratura e cinema. Dico “problema” perchè in questo caso mi piacerebbe sapere se hai dei consogli da darci SU come si può ottenere una buona storia (e non il solito tran tran) avendo a disposizione poco tempo… come ad esempio nella sceneggiatura di un cortometraggio (quindi ancor meno tempo che in un lungometraggio). In questo caso cambiano le “regole”? si stravolge lo schema? Ci sono degli elementi ai quali dare maggiore importanza? Come poter essere incisivi in così poco tempo?
    Grazie mille
    Jessica

    FABIO: Ad essere sincero, non so bene cosa rispondere. Uno dei pochi generi di scrittura che non ho mai sperimentato è il cortometraggio. Dunque, siccome quel che dico in questo corso parte da esperienze personali, io taccio. Dico solo una cosa, da spettatore: il corto che sembra raccontare una cosa e poi nell’ultima scena c’è la sorpresa finale che ribalta tutto…ecco quello anche no. :)

  13. elisabetta carrara
    8 gennaio 2012 a 1:53 | #13

    grazie…..
    è la mia storia, in una sola parola. la più complessa e difficile da dire….
    al lettore l’ardua sentenza

  14. valerianitto
    26 gennaio 2011 a 10:12 | #14

    ecco un elemento importante che rende la storia interessante: il binomio ostacolo-reazione, che deve essere sempre un crescendo. Anche oggi ho imparato una nuova lezione. Alla prossima!! :-)

  15. edupison
    14 dicembre 2010 a 13:45 | #15

    @edupison

    Ok! Infatti mi sembrava che non si poteva prescindere dalla fortuna nel cinema cosí facilmente, ma non sapevo in che modo aggiustarlo ad auspici che rimanessero dentro la coerenza.

    Grazie ancora!

    PS: anche in Spagna si dice “quitar las castañas del fuego”

  16. edupison
    14 dicembre 2010 a 6:12 | #16

    Fabio, inanzitutto grazie mille dell’aiuto. Sono spagnolo, quindi mi dispiace se faccio qualche errore: volevo chiederti qual’è la tua opinione sul “caso”, sulla “fortuna” come soluzione degli ostacoli. Non credi che il ricorso alle risoluzioni esterne e casuali indebolisce sempre la storia?

    Non so se mi spiego… Secondo te, non dovrebbe essere sempre -anche involontariamente- il protagonista a risolvere i propri problemi, visto che nella vita reale la giustizia poetica non esiste?

    Grazie ancora, aspetto risposta, anche se vedo che è da tempo che non c’è movimento su questa lezione!

    Un abrazo

    FABIO: Sono d’accordo, risolvere i problemi col caso non funziona, è deludente per lo spettatore. Il caso non può entrare nei racconti per toglierci le castagne dal fuoco (scusa, sei spagnolo: è un altro modo di dire “per risolvere i nostri problemi). Il caso può entrare in un racconto solo quando ne è uno degli temi principali. Perchè il caso esiste nella vita, eccome, solo che non aggiusta destini, e neppure li rovina: oppure fa entrambe le cose ma così, senza un disegno, seguendo una logica o non-logica bizzarra. Ci sono stati ottimi film che hanno trattato il potere del caso: mi vengono in mente Crash, Sliding Doors o, per restare in Italia, L’aria serena dell’Ovest (un bel film di Soldini di 20 anni fa). E ce ne sono tanti altri. Insomm, secondo me, il caso può diventare uno dei protagonisti del racconto, ma deve essere una deliberata scelta iniziale dell’autore, un tema che viene trattato dall’inizio alla fine, e non un modo improvvisato e una tantum per “uscire dai guai” quando la storia si blocca.

  17. Marisa Melchiori
    16 agosto 2010 a 22:23 | #17

    Ciao Fabio,
    ho appena finito l’esercizio della quarta lezione.
    l’ho un po’ evitato all’inizio, giá non mi andava di scegliere, figurarsi poi creare due svolgimenti. ma mi ero ripromessa di fidarmi di te, quindi mi sono detta andiamo.
    la sorpresa é stata vedere come il secondo svolgimento si creava quasi da solo avendo dato una reazione opposta al primo avvenimento importante.
    e mi é piaciuto parecchio constatare che mi interessa decisamente piú del primo che era forse troppo semplicistico. quindi anche se non so ancora esattamente come andrá a finire non vedo l’ora di svilupparlo e scoprire cosa succede.
    visto che non si sa quando arriveranno le prossime lezioni e non volendo sprecare entusiasmo sto leggendo il libro della Brande, STREPITOSO.
    grazie ancora
    A presto.
    Marisa

    PS. Teacher, posso scrivere un’altra storia senza troppi schemi intanto?
    PPS. come va la lotta al fumo? hai vinto?

    FABIO RISPONDE: certo, intanto puoi scrivere tutte le storie che vuoi. Anzi, se gli schemi ti sono di ostacolo, buttali. Io li racconto perchè dovrebbero essere di aiuto. Ma la regola uno è il pragmatismo: se a te non servono, lasciali perdere. Sulla domanda due glisso: basti dire che ho perso

  18. Sandro
    13 agosto 2010 a 13:20 | #18

    Fabio, c’è un passaggio che mi confonde:
    ma se “… a commettere il patricidio è stato il servo con problemi mentali… ” non si tratta di omicidio?, o sono io che non ho capito il “senso” del karamazoviano esempio?

  19. Francesco Maltarello
    22 luglio 2010 a 20:09 | #19

    @Gullella
    Capita anche a me. Girare per Roma sui mezzi pubblici, è una continua miniera di spunti, che naturalmente sul momento non si possono scrivere. Io in genere inizio subito ad elaborare, mi “scrivo in testa” la storia, la rimastico magari per qualche giorno, a volte mi appunto anche qualcosa. Anche a me capita poi di buttare tutto, ma capita anche che l’inconscio, quando meno te l’aspetti, restituisca quella scena (o quella battuta, a volte una semplice frase) al momento giusto…

    E comunque queste pagine sono una miniera di suggestioni, di conferme e di dubbi che vanno ad alimentare la fantasia… Grazie!
    Francesco

  20. Francesco Maltarello
    22 luglio 2010 a 19:52 | #20

    @isabellas
    Scusate, non voglio fare il vecchio rompi******ni, ma credo che chi vuole scrivere dovrebbe evitare, almeno quando la cosa non è necessaria, abbreviazioni stile SMS, uso delle “kappa”, eccetera… O no?
    Francesco

    FABIO RISPONDE: X franc, sn d’acc :)

  21. Momela
    15 luglio 2010 a 19:52 | #21

    Tutti danno del “tu” in questo mondo virtuale pur non conoscendosi personalmente, per cui anch’io ti ringrazio davvero per questo faro che hai acceso nel web e che mi permette di rileggere sotto una luce esperta il mio hobby, i miei sogni e i miei ostacoli appena massacrati da una nota agenzia letteraria.
    Buon lavoro e buona vita.
    Monica

    FABIO: Grazie per il “buona vita”, è un gran bell’augurio

  22. Sarah Dickens
    9 luglio 2010 a 9:58 | #22

    Ciao Fabio, se posso dare del tu,
    sono una neofita nel mondo della scrittura.Ho iniziato un paio d’anni fa, da racconti fantasy ora sto provando a cimentarmi con la narrativa.
    E’ un hobby, semi-serio nel senso che ci metto impegno, è una forma d’arte, o un tentativo di renderla tale!!e occorre avvicinarsi con serietà, ma anche divertendosi.
    Scrivere è questo per me, raccontare, raccontarsi…inventare mondi o storie e……non è facile!!!
    per niente!!!
    Grazie per questa preziosa opportunità, è un piacere e fa onore trovare persone che riescono, a costo di grande imepgno e fatica, a inseguire il loro “sogno”, realizzarlo e mantenere contemporaneamente l’umiltà di voler essere d’aiuto a chi prova a inseguire il suo di sogno, ed è ancora qualche passo indietro..
    grazie davvero, seguirò con attenzione.
    Ho un mio blog letterario e sarà un onore se vorrai o altri vorranno visitarlo e lasciare, ben accetti, commenti , suggerimenti, note, etc!!!
    blog.libero.it/Sarahdickens
    Credo che la vita sia una bella avventura da vivere e che non si finisca mai di impararee!!!
    Ancora grazie e a presto

  23. lolla
    25 giugno 2010 a 12:18 | #23

    Mi sono appena iscritta e ho scorso velocissamamente tutte le lezioni.
    C’è la voglia di gustarsele con calma,come si fa con una pietanza di cui intusci il sapore e il piacere che ti darà.
    Intanto una domanda: avevo letto delle carte di Propp e di Rodari secondo sono un riferimento valido per la struttura della Storia?
    Grazie
    Lolla

    FABIO: ho letto Propp circa un milione di anni fa: molta intelligenza ma per me, all’epoca, scarsa utilità nell’applicazione pratica alla scrittura. Per cui l’ho lasciato perdere. Ma non ne so molto.

  24. lia
    9 giugno 2010 a 21:38 | #24

    Bella,bella,bella. L’ho letta sei volte. Sono soddisfatta anche perchè ho trovato spiegazione di cose che finora avevo solo intuito.Mi capita spesso di leggere un libro almeno due volte.La prima per leggerlo,la seconda per cercare di capire come è scritto.Questa lezione mi aiuta molto anche in questo.Appassionante.

    lia

    FABIO: Attenta, se leggi le lezioni 6 volte devi pagare il costo lezione moltiplicato per 6. :)

  25. alessandro di marino
    27 maggio 2010 a 11:41 | #25

    Lajos Egri – L’arte della scrittura drammaturgica – Dino Audino Editore

    un saluto a tutti

    FABIO: questo libro mi manca. Perchè ce lo consigli? E’ bello? E’ illuminante? Lavori da Dino Audino? Dicci qualcosa in più

  26. Beatrice
    17 maggio 2010 a 12:43 | #26

    Grazie Fabio, finalmente sono arrivata alla 4 lezione. Ciao

  27. nap8la
    10 maggio 2010 a 10:29 | #27

    Buon giorno, mi sono appena registrata e sto stampando le 4 lezioni di Fabio (che ringrazio sentitamente perchè io sono dentro a piè pari in quell’80% di cui parli).
    Io non solo non so scrivere una storia ma non so nemmeno se ne ho una da raccontare: ora mi studio le lezioni, faccio gli esercizi e se nel frattempo verrò illuminata proverò a pensare alla mia storia.

  28. 6 maggio 2010 a 8:39 | #28

    Mi sono appena registrato e “rompo” subito con una piccola richiesta organizzativa, scusatemi: in homepage, dove si invita a registrarsi al corso chi ancora non lo ha fatto, non sarebbe possibile inserire anche un link molto evidente alla pagina di Login vera e propria per chi, invece, è già registrato?
    Per intenderci, un link a http://www.bonifacci.it/wp-login.php
    Che poi è la pagine che viene segnalata nella mail di registrazione.
    In questo modo anche per i successivi utilizzi chi si è già registrato avrebbe immediatamente a disposizione il link alla pagina in cui dovrà effettuare l’accesso.
    Chiedo venia ma occupandomi anche di web ho la “paranoia” dell’accesso più semplice possibile alle informazioni…
    Ora vado a leggermi il corso a partire dalla puntata 1, devo fare le cose per bene!

    maurizio

    P.S. ho scoperto il corso su nova24 de Il Sole 24 Ore di oggi. Come la solito su nova24 ci sono sempre articoli molto interessanti!

    FABIO RISPONDE: A occhio mi pare giusto e corretto. Non ci avevo mai pensato perchè, semplicemente, sono l’unico utente che non entra usando la password, quindi non so come funziona. Ora me ne occupo.

  29. Tizz
    1 maggio 2010 a 17:00 | #29

    Ce l’ho fatta! Finalmente, dopo molteplici tentavi e ri-registrazioni con nuovi nomi utente, passwords e indirizzi email… eccomi qua!

  30. saret
    14 aprile 2010 a 19:27 | #30

    ..ok, alla fine ci sono arrivata anche io qui. Bel posto!

  31. isabellas
    8 aprile 2010 a 10:37 | #31

    ciao, scrivo solo per dire che ci sono ank’io!!!!
    grazie fabio per il corso…..ho già frequentato un corso di sceneggiatura (solo il primo anno di due perkè la scuola poi ha chiuso) cmq sto ricominciando da capo, ripasso e sicuramente ci sarà da imparare cose nuove…..ti saluto perkè devo fare gli esercizi se no rimango indietro…ahahahaha….ciaoo e grazie ancora…..

  32. macmono
    6 aprile 2010 a 8:22 | #32

    Grazie per queste parole illuminanti; a questo proposito hai toccato alcuni aspetti miei personali con una chiarezza da analista navigato.
    Non so se porterò a termine il mio piccolo romanzo fermo da anni nel cassetto, ma leggerti mi ha fatto capire un paio di cose di me veramente
    importanti! E tutto ciò per caso: un errore nel digitare una ricerca in google… Grazie, sei super-super!

  33. paolodk
    2 aprile 2010 a 8:48 | #33

    A nome sopratutto di quelli che, come me, non ne faranno mai niente, almeno come professione, grazie. Immodestamente , ovvio, ma non credo di sbagliare.
    Tutto quello che ci hai raccontato della tua esperienza mi servirà per convogliare tutto quello che rimaneva confinato altrove, tutti i giorni.

    Fossero solo le 3 ore in cui mi sono bevuto le tue lezioni, surfandoci sopra di sicuro, ma rileggendomele col tempo come un buon libro,mi serviranno, molto.

    E saranno quelle 300 euro che avrei speso da un analista, di cui avrei diffidato, in questi tempi di disincanto, che comunque , buttale via !
    E sarà il non aver più alibi per dire ” se soltanto avessi potuto ..”

    Forse tu puoi avere un’idea di quanto mi saranno utili non
    forse a scrivere un libro a casa, ma, come dice il Maestro Rocco Tanica, a scrivere il grande libro della vita :P

  34. Gullella
    31 marzo 2010 a 17:09 | #34

    Ma come si fa, Fabio, ad abbandonarsi alla scrittura quando la vita quotidiana ci assorbe totalmente? E’ una tortura … Mi lascio sfuggire delle occasioni uniche, così, dalle mani. Come oggi quando, mentre guidavo mi fermo a uno stop e nell’auto accanto a me vedo una ragazza vestita da Pierrot. E’ stato un attimo, c’era tutta una storia – lo sento! – dietro il suo sguardo. Ma io non ero pronta, non ero concentrata, non potevo fermarmi a scrivere … e ho continuato a guidare. A volte, vorrei poter fermare il mondo.
    Grazie per la quarta lezione!

    FABIO RISPONDE: Credo di capire cosa dici. Mi capita spesso di avere idee che mi paiono geniali che smarrisco per sempre perchè sto facendo qualcos’altro e non ho tempo o modo di appuntarle. E’ vero però che, quando rissco a prendere l’appunto, tante volte poi rileggendo scopro che non erano così geniali… In ogni caso, bisogna confidare nella selezione naturale: se tra le tante idee che giungono alla mente, solo qualcusa sopravvive e diventa grande, forse il nostro inconscio sa il perchè :)

  35. kristalia
    27 marzo 2010 a 20:06 | #35

    Io sono su questo corso da 3 giorni e ne sono affascinata. Il registro comunicativo è davvero efficace. Il linguaggio chiaro e gli esempi sono di grande aiuto.
    Poi devo ammettere di aver scoperto – chiedo venia – alla fine della seconda lezione che il docente è lo sceneggiatore di “Si può fare”, un film che amo e che ho visto tre volte in dieci giorni. Cosa notevole per me.
    Gran bel film!
    Gran bel corso!
    Grazie.
    Kristalia

  36. o.broggini@gmail.com
    24 marzo 2010 a 17:50 | #36

    Complimenti ancora ancora e ancora. È bello vedere quanto seguito abbia trovato questa magnifica iniziativa!

    FABIO RISPONDE: sono tutti svizzeri, per merito della tua intervista :)…PS: Oliver mi ha fatto davvero una bella intervista sul corso, la trovate nella sezione “E’ la stampa, baby”

  37. Dylan
    21 marzo 2010 a 20:04 | #37

    Non a caso tutti odiano i personaggi che sanno sempre cosa fare!

    FABIO AGGIUNGE: Certo, sono finti. Nella vita reale si incontra soltanto gente che non sa mai qual’è la scelta giusta. Stare alò mondo significa non avere le istruzioni per l’uso. Anche per questo ci piace leggere storie. Per vedere come se la cavano altri.

  38. CGrampasso
    21 marzo 2010 a 13:22 | #38

    Ciao Fabio, il tuo corso è davvero strepitoso.
    Io sono un profano del genere. Come molti, il mio sogno sarebbe scrivere un libro. Troppo facile da dire. Come molti, la mia affermazione è probabilmente frutto di un desiderio vago e lontano, legato alla passione per la lettura ed alla voglia di voler raccontare qualcosa.
    Leggendoti ho scoperto (in realtà me lo aspettavo) che questo mestiere è molto duro e faticoso. Non pretendo e non voglio intraprenderlo come mestiere quindi userò questo blog come ispirazione e occasione di crescita e, forse, per poter scrivere un giorno anche un solo racconto da condividere con gli amici.
    Ovviamente ti sto facendo TANTA pubblicità, perchè penso che le iniziative meritevoli debbano essere conosciute e diffuse.
    Perchè il regalo che ci fai non è giusto tenerselo per se.
    Adesso devo solo trovare il tempo per gli esercizi.

    FABIO RISPONDE: grazie per i complimenti e la pubblicità. Mi fa piacere che emerga il ritratto di un “mestiere duro e faticoso”: è quello che penso. Però attenzione, vale per me. C’è sicuramente chi -dotato di più talento- scrive splendide storie con poca fatica. Io invece devo farmi un mazzo così per cavare qualcosa di decente! Mi sono arrogato il diritto di provare a insegnare solo per questo: perchè io stesso ho imparato, non sono “nato saputo”
    Grazie per la pubblicità. Il corso è un piccolo regalo, più gente raggiunge più mi fa piacere…

  39. riccardo cannizzaro
    19 marzo 2010 a 6:41 | #39

    Secondo la logica dei tempi che corrono, del tornaconto personale, del “do ut des”, è una bellissima sorpresa constatare che qualcuno tra le persone di talento, tra quelli che VALGONO, offra un grande contributo di generosità come la Tua, Fabio. Per questo e per tanti altri motivi, Ti dico GRAZIE.

    FABIO RISPONDE: sul fatto di stare fra quelli “di talento” e “che valgono” ho sinceramente qualche dubbio. Mi piace invece che si veda questo corso estraneo alla logica imperante del “do ut des”. Una logica che, al di là dei motivi etici, non amo per motivi estetici: rende il mondo troppo prevedibile.

  40. simone riccardini
    17 marzo 2010 a 14:44 | #40

    complimenti per l’intenzione, la realizzazione e le modalità del tuo corso on line. Sono più o meno un collega con molta meno esperienza ma con molto desiderio di imparare sempre e la democraticità dell’iniziativa ha spazzato via (giuro) in un secondo la mia vaga, invidiosa diffidenza.
    Grazie
    Simone

    FABIO aggiunge: Complimenti a te, per la doppia azione: ammettere una invidiosa diffidenza e lasciare che sia spazzata via. Due cose mica facili da fare…

  41. paolo b.
    15 marzo 2010 a 16:59 | #41

    Interessante, come al solito. Grazie.

    Solo un dubbio: credo che avere in testa una premessa tematica chiara e sintetica (al limite della semplificazione)sia molto utile per portare a buon fine una sceneggiatura.

    FABIO RISPONDE: Io riesco meglio se parto dai problemi concreti del personaggio, quindi se al tema non ci penso proprio e lo trovo “per strada”. Spesso lo definisco con chiarezza solo prima della seconda stesura, in un caso l’ho definito davvero la sera prima della conferenza stampa del film, cioè 5 anni dopo aver scritto la storia. Ma è una caratteristica personale: essendo per natura un po’ “concettuale” è meglio se non razionalizzo i concetti su cui sto lavorando. Sennò tendo al saggio-narrato e i personaggi perdono vita. Ma molti altri lavorano meglio come dici tu. Tra questi il citato Paul Schrader (autore fra l’altro dello script di Taxi Driver, e hai detto niente!). L’importante non è da cosa si parte, ma che alla fine ci sia tutto!!!

  42. Rossana
    15 marzo 2010 a 11:53 | #42

    Grazie, stasera leggo la lezione… non vedo l’ora!!!

  43. marcokamp
    14 marzo 2010 a 19:45 | #43

    Mi è piaciuta molto la parte iniziale, sul “senso”. Un modo semplice di dire una cosa importante e spesso non capita.

    FABIO RISPONDE: E’ un tema che penso di trattare ancora di più nella prossima lezione. Sono contento che ti piaccia.

  44. teresa anna
    14 marzo 2010 a 16:08 | #44

    Ciao Fabio, se tutti fossero come te, il mondo sarebbe un posto migliore.
    Grazie per quello che fai.

    FABIO RISPONDE: Il complimento è certamente esagerato ma mi piace molto. Hai tra l’altro beccato il principio morale di cui sono più convinto. me lo dico esattamente così, con le stesse parole. Come agire? In modi che, se fossero seguiti da tutti, renderebbero il mondo un posto migliore. E’ una cosa in cui credo, mi piace molto che tu ne abbia visto traccia in una azione concreta. Anche se molto piccola, ricordiamolo…

  45. ianuarius
    13 marzo 2010 a 21:15 | #45

    solo per dire che faccio parte dei lettori, grazie

  46. Riccardo Farnocchia
    13 marzo 2010 a 13:53 | #46

    Innanzitutto grazie per la tua generosità. Il tuo corso è stato per me come accendere la luce in una stanza buia.
    Sono uno “scrittore” in erba, nel senso che scrivo da poco anche se vivo da più di cinquant’anni. Trascuro gli esercizi, quindi non sono un allievo diligente. Ciò è dovuto al fatto che sono molto impegnato nella revisione del mio secondo romanzetto giallo (il primo sta per essere pubblicato da una piccola casa editrice). Grazie alle tue lezioni ho acquisito una maggiore consapevolezza e sicurezza nell’invenzione della trama e nel delineare i personaggi. Quando ho scoperto il tuo corso ho avuto un attimo di smarrimento, perchè il mio primo romanzetto era già finito, e spedito a diverse case editrici per essere valutato. Me lo sono riletto attentamente alla luce di tuoi insegnamenti e mi sono parzialmente rincuarato, perchè vi ho trovato molti degli elementi che tu ritieni fondamentali per costruire una storia: un personaggio in cerca di qualcosa, la premiata ditta ostacoli e conflitti, una trama che “parla” e soprattutto un finale sorprendente che non poteva essere diverso. Sono molto incerto invece sullo “stile” e non so se abbia un “senso”. Mi piacerebbe che questo venisse scoperto da quei temerari che avessero voglia di leggerlo.
    Grazie ancora e a presto
    Riccardo

    FABIO RISPONDE: Infatti, per applicare queste categorie non è per forza necessario studiarle. Si possono imparare a naso, orecchio, intuito. Sono in qualche modo regole “naturali” del narrare. Tra i migliori maestri che io abbia conosciuto c’erano i “contastorie” che nelle campagne del dopoguerra raccontavano storie nelle stalle. E quelli avevano la terza elementare, quando andava bene

  47. Manuela70
    13 marzo 2010 a 12:28 | #47

    Salve a tutti, mi sono appena iscritta. Corro a leggere le lezioni precedenti e cerco di recuperare il tempo perso!

  48. framan
    13 marzo 2010 a 0:29 | #48

    Prima di tutto GRAZIE….. adesso vado a leggere :-)
    Francesca

  49. annalisa
    12 marzo 2010 a 23:06 | #49

    Arrivati a questo punto la storia dovrebbe prendere forma. La personalità di un personaggio ha molte sfumature, le situazioni difficili e complesse che si trova ad affrontare, non hanno una sola soluzione, ma un’infinità di risvolti. I dubbi, le perplessità, le incertezze,sono il pane quotidiano di tutti noi e penso, anche del personaggio creato dalla nostra fantasia. La credibilità di un protagonista, a mio parere,è la capacità di mostrare la fragilità e la personalità dell’animo umano. I sogni ad occhi aperti rimangono sogni, eventualmente possono illudere e dare la sensazione, per un attimo, di cambiare la cose, ma poi tutto ritorna come prima. I personaggi descritti dai grandi scrittori sono esseri umani con pregi e difetti di tutti noi. Ora chiedo se questo mio modo di vedere sia sbagliato. Grazie

    FABIO RISPONDE: Per quanto riguarda me, assolutamente no. perchè dovrebbe esserlo?

  50. serena sperduti
    12 marzo 2010 a 22:53 | #50

    Fabio, posso essere esentata dai compiti a casa? Sto seguendo il corso e mi è molto utile, il problema è che le storie le ho già scritte qualche tempo fa e le sto rimaneggiando ora per un progetto che ho a breve scadenza, e grazie ai tuoi consigli ciò mi riesce in modo più illuminato… comunque io mi diverto anche solo a leggerti, quindi ci sono, peccato che ho questa scadenza vicina, mi avrebbero fatto comodo un altro paio di lezioni almeno…
    Toglimi una curiosità, dimmi se ti è mai successo questo: delle cose che ho scritto, agli amici piacciono tutte tranne quell’unica che piace un sacco a me, proprio quella che ho scritto con il mio “conflitto” in mano e che a me pare la più completa…
    Ciao e grazie del tempo speso per noi, ricordati di avvisarmi quando sei nei miei paraggi

    FABIO RISPONDE: ma i compiti li fa chi vuole e quando vuole. Ci mancherebbe, mica sono un prof.

  51. 12 marzo 2010 a 22:06 | #51

    Grazie per il tuo corso generoso.
    La tua scrittura onesta, ci fa diventare più lucidi e consapevoli, va al cuore della questione e chiarisce con esempi netti, il tuo sguardo ironico, poi, rende tutto più piacevole e scorrevole. Porre l’attenzione sull’area di pericolo del personaggio, mette nelle condizioni noi “studenti” di ragionare, prima che da aspiranti narratori, da esseri umani, dimensione dalla quale partiamo illudendoci, a volte, di crescere e cambiare in compagnia dei nostri personaggi. Grazie ancora. Buona quarta lezione a tutti!

  52. Marco Olivieri
    12 marzo 2010 a 17:53 | #52

    Leggerò la nuova lezione e trovo tutto il corso molto utile
    Personalmente non ho fatto gli esercizi perché impegnato a rielaborare una sceneggiatura che ha avuto buoni riscontri da diversi addetti ai lavori e un giudizio discreto dal Solinas, anche se non è passato in finale come trattamento, coerentemente con i giudizi critici, favorevoli all’idea ma scettici sul suo sviluppo drammaturgico, da migliorare notevolmente
    In questo momento il corso mi sta servendo a riordinare al meglio le idee in funzione del nuovo trattamento e della nuova sceneggiatura.

    FABIO RISPONDE: Infatti le regole che trovate qua servono quasi più a riscrivere che a scrivere. Ma riscrivere è fondamentale

  53. paulus
    12 marzo 2010 a 17:35 | #53

    Grazie Fabio, grazie, grazie e grazie.
    Ma soprattutto: grazie.

  54. SuzieD
    12 marzo 2010 a 16:04 | #54

    Ciao Fabio,
    sono arrivata al tuo blog per caso e solo da pochi giorni, le vie della rete sono infinite.. e ne sono felice. Ho già seguito un corso di scrittura creativa, ma dal “vivo”, non virtualmente, e devo farti i complimenti. Oltre ad essere un Artigiano della scrittura sei anche un bravo “maestro”. Ti sto pubblicizzando molto!
    Sto ancora alla lezione 2, ma spero di raggiungerti presto.
    Grazie ancora.
    SuzieD

    PS: leggendo la tua prima lezione ho capito cosa c’era di sbagliato nel mio manoscritto.. se ti avessi incontrato prima.. :) Ciao!

  55. Stefaniatp
    12 marzo 2010 a 15:20 | #55

    Grazie!!!! Corro a leggere la lezione

  56. Ileana
    12 marzo 2010 a 14:01 | #56

    Grazie Fabio per questa nuova ottima lezione:il modo schematico e lineare con cui hai reso i concetti di azione/reazione e del conseguente cambiamento del personaggio è molto chiaro ed efficace e trovo utilissimo anche la tecnica da te adottata di riprendere e ribadire spesso le regole man mano fissate consentendoci di assimilarle e capirle ogni volta sempre di più!
    Riprendo a lavorare al mio “progetto di storia” alla luce dei nuovi elementi!!:)
    A presto!
    Ileana

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