Libri perduti
Volevo fare lo scrittore, invece ho scritto libri
Amo i libri, l’odore della carta, le parole stampate, le copertine Adelphi e chi legge in autobus. Vorrei che ci fossero meno libri, e più meditati.
Vorrei più scrittori in tivù e vieterei per legge che un terzino di riserva possa essere più famoso di Umberto Eco.
Soffro perché da 15 anni non sento la domanda “qual è il libro che ti ha cambiato la vita?”.
Godo perché la domanda “quale programma tivù ti ha cambiato la vita” non l’ho mai sentita.
Ho amato in tempi diversi la Yourcenar, Simenon, Kundera, McCourt, la Morante, la Ginzburg, Tibor Fisher, Ghoete , Rousseau, Stieg Larsson, Dostoevskij, Rousseau, Voltaire, Osho, Nietzsche, Wodehouse, McGrath, Svevo, Tondelli e tanti altri abitanti dei miei scaffali.
Spesso mi chiedo perché non passo più tempo a leggere e non trovo la risposta.
Da giovane volevo fare lo scrittore invece ho scritto solo qualche libro.
I miei preferiti sono due. Uno è il romanzo “Amore, Bugie e Calcetto” (Mondadori, 2008), il cui titolo infastidisce me per primo (per me doveva intitolarsi “Come nella vita” ma era legato a un film, e sono intervenuti gli strateghi del marketing). Sotto c’è la copertina, si può scaricare il primo capitolo in pdf. C’è anche un video e un link con la bizzarra storia del protagonista, che a un certo punto è fuggito dal romanzo e ha iniziato una sua vita autonoma su Internet.
L’altro è un libro giovanile, Anni di Pongo, un saggio sugli anni Ottanta scritto con una lingua da romanzo. All’epoca confidavo molto nel successo di questo libro, che ovviamente non c’è stato. Il guaio è che dopo 18 anni a me sembra ancora bello e, quel che è più strano, molto ma molto attuale. Se qualcuno vuole leggerlo, può scaricare il pdf e dirmi via mail se sono matto o no.
Volendo, si può scaricare anche un curioso racconto di epoca Twin Towers scritto su richiesta di un amico, Sante Notarnicola, che fece un libro collettivo col nome del suo pub: “Mutenye, un luogo dello spirito”
Gli altri tre libri sono più “di lavoro”. Nel 1992 insieme a Carlo De Martino ho pubblicato il “Dizionario pratico di Giornalismo”, che per vari anni l’Ordine dei Giornalisti ha fatto studiare chi doveva dare l’esame da professionista. Oggi è superato dai tempi.
Insieme ad Enrico Bertolino, ho pubblicato due libri umoristici: “Ho visto cose” e “40enne sarà lei”. Del primo, si può scaricare il pdf di un racconto che mi faceva ridere a voce alta già mentre scrivevo: come sarebbe stato l’incontro di Teano se Garibaldi e il Re avessero avuto il telefono cellulare.
Nel complesso ho la presunzione di pensare che la mia produzione libraria sia inferiore a ciò che potrei fare. Il fatto è che il cinema mi ha assorbito e ho lasciato perdere la parola stampata. Ma non sono così vecchio e forse un giorno, anziché scrivere libri, proverò davvero a fare lo scrittore. Del resto, è evidente che gli anziani scrivono meglio.
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A questo romanzo voglio molto bene, nonostante il titolo e il suo essere un “figlio di marketing”. E’ andata così: avevo scritto un film e mi hanno chiesto il romanzo. A me in genere queste cose non interessano, amo i libri e non mi piace pensarli come gadget di un film. Ma su questa storia avevo da dire tante cose che nella sceneggiatura non erano entrate, e poi da 20 anni volevo scrivere romanzi. Così ho pensato “Li frego. Fingo di fare un gadget e scrivo un romanzo vero”.
Mi sono buttato: mesi e mesi di lavoro, tormenti, pezzi di anima in gioco, strazi, fatiche, estasi, riscritture. Insomma, tutto l’armamentario.
Alla fine secondo me è sul serio un romanzo vero, e pure bello (allego il primo capitolo, per eventuali verifiche). Ma poi è tornato fuori il marketing: bisognava tenere il titolo (bruttino per un film, mortale per un romanzo), la copertina uguale al manifesto, la fascetta con gli attori. Morale, quando il libro è uscito, nessuno l’ha considerato come romanzo vero: per tutti quello era il gadget di un film.
Così ho capito tre cose. Che il marketing è più forte di me. Che sono un pirla a non averlo capito prima. E che se sogni per 20 anni di scrivere un buon romanzo e poi quando lo fai sembra un gadget, ti viene una bella depressione…
Ma per la depressione non sono portato, in genere reagisco facendo una cosa folle. Così ho deciso che il protagonista, Antonio Minelli detto “Il Mina”, fuggiva dal romanzo perchè voleva vivere una vita autonoma. E’ iniziato un delirio: per mesi il Mina ha imperversato sul web, trovando amici, fan e persino lavori in tempi di crisi! Ad esempio ha presentato a Milano l’ultimo disco degli Afterhours: 1000 persone accalcate, e la voce del Mina che dal nulla faceva domande alla band. Ero io, inginocchiato nel gabbiotto del fonico, che mi spacciavo per il mio personaggio! E’ stato tutto molto divertente. Poi, quando il Mina è stato invitato a presentare una sfilata di moda con un cachet non disprezzabile, ho capito che il gioco era finito: o io iniziavo una nuova carriera o Mina moriva. Così fu. Allego un pdf con avventure e scritti del Mina.
Il primo capitolo del romanzo Amore Bugie e Calcetto.
Antologia del Mina Scritti e avventure di un personaggio in fuga dal suo romanzo.
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Che storia ha questo libro! L’ho scritto tre volte, nel corso degli anni Ottanta, per gridare che in quel decennio nascevano cose pericolose e malate dentro (ossessione per la fama, successo facile, scorciatoie, debiti, immagine, la nostra tivù, eccetera). Ma negli anni Ottanta il libro non sono riuscito a pubblicarlo. Conservo anche lettere carine, tipo un agente letterario che dice “se lei fosse famoso sarebbe un libro perfetto, così no”. Che è come dire “Sì, gli anni Ottanta fanno proprio schifo”. Poi a inizio anni 90 ho trovato un piccolo editore (il grande Luigi Bernardi, all’epoca a Granata Press). Ho riscritto il libro un’altra volta per adeguarlo ai tempi, perché era appena esplosa Tangentopoli. La contestazione del Modello Anni Ottanta era di attualità.
Ma mentre usciva il libro, l’editore ebbe un problema col distributore. Anni di Pongo, semplicemente, in libreria non c’era. Giocoforza, nessuno l’ha comprato.
Poi Tangentopoli è finita, e gli Anni Ottanta sono tornati in quella “long version” che in Italia dura tuttora. Ho riletto il libro di recente, è pazzesco. Tutto quel che scrivevo vale ancora. Basta leggere le prime 20 pagine, parlano della follia dei mutui americani sugli immobili, e del tracollo inevitabile che ne deriverà. Un pezzo scritto nel ‘91.
La cosa più interessante del libro è il linguaggio. Volevo demolire il Modello Anni Ottanta usando la sua lingua: non pesanti parole grigie ma un linguaggio frizzante, agile, divertente, da prima serata tivù, accessibile a tutti.
Ci sono riuscito ed ecco la clamorosa fine della storia. Un mio amico filosofo, Stefano Bonaga, ha apprezzato il libro, all’epoca era fidanzato con Alba Parietti e mi ha chiesto “perché non fai l’autore in tivù?”. Io ero senza una lira, il libro non vendeva una mazza e…
Sì, avete capito com’è andata a finire! Grazie al mio libro contro gli anni Ottanta, sono entrato nel cuore del Modello Anni Ottanta: autore televisivo, in prima serata, della più importante soubrette dell’epoca. Chissà, forse dovrei scriverci un film su questa storia…
Intanto vi ammollo il pdf con tutto il libro. Se qualcuno s’è incuriosito può leggerlo. E se pensa che sopravvaluto questo libro, me lo scriva, mi fa un favore. Fa male pensare di aver scritto un libro importante del tutto ignorato. Se mi dite che è brutto sono più contento. Almeno c’è una logica.
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A 25 anni, appena laureato in filosofia, mandai centinaia di curriculum. Siccome amavo i libri, spedii anche alle case editrici, offrendomi per qualunque lavoro. Mi rispose Mursia: siccome avevo esperienze e studi giornalistici mi chiesero, per mettermi alla prova, di scrivere un parere sulla eventuale riedizione di un vecchio Dizionario di Giornalismo. Scrissi una relazione molto sobria: in sole 18 pagine spiegavo che il testo era superato e bisognava farne uno nuovo. In altre 21, davo un accenno su come doveva essere.
Mi risposero “Va bene, il nuovo Manuale di Giornalismo lo scrive lei”. Siccome non avevo nessuna credibilità in materia, mi affiancarono Carlo De Martino, Presidente dell’Ordine dei Giornalisti in Lombardia, un grande della vecchia guardia. Andare a Milano da lui a rivedere il lavoro era fantastico, se c’era un dubbio diceva “Aspetta, chiamo Indro” (Montanelli) oppure “Sento da Enzo, ste cose le sa”. E chiamava Enzo Biagi davanti a me. Io avevo 28 anni, era bello.
Poi ho fatto un errore. Per eccesso di perfezionismo sono andato lungo coi tempi, volevo leggere tutto, studiare tutto. Anziché i 6 mesi previsti c’ho messo più di un anno. Poi correzione bozze, tempi di stampa…Carlo De Martino non era un ragazzino, ed è morto poco prima che uscisse il nostro libro. Lui ci teneva molto, e se ci penso mi do ancora oggi del cretino per non aver fatto più in fretta.
Fra l’altro lui mi stimava, aveva promesso che all’uscita del libro mi avrebbe aiutato a entrare al Corriere Della Sera. Io già sapevo che volevo inventare storie e non descrivere realtà. Ma ero senza una lira, le storie che inventavo facevano pena, non so se avrei detto no al Corriere. Così nascono i destini. Sliding Doors.
Comunque per alcuni anni il libro fu raccomandato dall’Ordine a chi dava l’esame per diventare professionista. Oggi è decisamente superato.
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Con Enrico Bertolino ci siamo conosciuti a “Ciro, il Figlio di Target”. Io autore, lui cabarettista, entrambi all’inizio, entrambi spaesati tra luci e paillettes perché venivamo da famiglie modeste e dal mondo del “lavoro vero”. Ci siamo annusati, piaciuti, trovati. Forse perché avevamo sulla testa un inizio di chierica con la stessa forma. Ho scritto testi per lui e con lui per 5 anni: in tivù, a teatro, nei libri. Ho smesso solo perché la tivù non mi piace, e appena ho potuto l’ho lasciata. Ma temo che lui ancora non ci creda, perchè un po’ s’è sentito tradito. Il fatto che io non abbia mai più fatto tivù non pare una prova sufficiente, visto che su questo tema ancora mi fa le battutine. Un bel segno di come sia stato un rapporto umano prima che professionale. Enrico, fra parentesi, è una bella persona.
I libri che abbiamo fatto insieme, diciamolo chiaro, nascono per soldi (non tanti, ma soldi). I comici vendevano, e gli editori chiedevano. Però sono fatti da gente che i libri li rispetta. Sono libri umoristici, ma libri: non ci sono copioni riportati pari pari, non è “tivù stampata”. I testi che venivano dalla tivù e dal teatro sono stati tutti riscritti e ripensati. E comunque, su 350 pagine totali, almeno 200 sono totalmente nuove e non c’entrano nulla con la tivù.
Ci sono anche pezzi divertenti. Ne allego una che ho scritto io. Come sarebbe stato lo storico incontro a Teano fra il Re e Garibaldi se i due avessero avuto il telefono cellulare. A me fa molto ridere.
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Questo libro non è mio. E’ un’antologia di vari autori, con ricavato devoluto ad Emergency. L’ha fatto Sante Notarnicola e il Mutenye è l’osteria che gestisce a Bologna con Cosimo e Gabriele. Io ci ho passato un bel po’ di serate a doppio malto a inizio del terzo millennio, quando non avevo ancora figli e facevo il “giovanotto vecchio”. Dico tutto questo perché nel libro c’è un mio racconto che volevo allegare qua. Parla dell’attentato alle Twin Towers e di serate a doppio malto. Mi piace per come si sono saldati questi due temi che non c’entrano niente fra loro.


Non ho ancora letto tutto, soltanto poche righe quà e là, complimenti.
Quello che si comunica, giunge o non giunge. In questo caso coglie il segno. Complimenti per la produzione.
Rovena.
(ho iniziato a leggere anni di pongo proprio adesso, nonappena l’avrò finito posterò un commento più articolato. Se la riesco a completare sarà in una tesi di laurea).
Salve!ci dispiace molto ma anni di pongo è forte.
Ci siamo imbattuti casualmente nel suo libro e, conoscendo poco gli anni ottanta, che ricordiamo solo per la nostra nascita, peraltro sul finire, l’abbiamo acquistato a poco prezzo. Inoltre abbiamo avuto l’idea di girare dei video molto casalinghi con la lettura di passi scelti e una sorta di presentazione cabarettistica che stempera la cristallizzazione di una lettura “autorizzata”, vista l’attualità del libro. La destinazione dei video sarà, presumibilmente, la rete, sperando che questo non la infastidisca. Ah, complimenti!