Lezioni di talento

Come scrivere quando non si scrive

Uno dei primi problemi a cui ho pensato quando ho iniziato questo corso, è che io stesso, quando sento parlare di “istruzioni per scrivere un racconto” o di “tecniche narrative”, resto perplesso. Penso che tra il manuale della Scuola Radio Elettra e quello di narrativa dovrebbe esserci qualche differenza. Se non altro perché l’elettricità ha regole oggettive mentre “regola d’oro della narrativa è che non esistono regole, eccetto quelle che ogni scrittore pone a sé stesso” (David Lodge).

Per capire cosa sia in realtà la “tecnica narrativa” occorre fare un salto indietro nel tempo. Oggi infatti siamo ormai assuefatti a percepire la tecnica come qualcosa di esterno, un sapere oggettivo che precede la personalità di chi usa lo strumento. Come le istruzioni per il trapano, appunto.

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Invece, parlando di scrittura, dobbiamo accedere ad un significato più antico di “tecnica”: la tecnica come ponte fra l’interno e l’esterno, un apprendistato che riguarda sia gli aspetti pratici che quelli spirituali della propria disciplina. Nella scrittura questi due aspetti non sono soltanto collegati. Sono la stessa cosa. 

Per fare l’esempio più banale: cosa vuol dire che bisogna evitare aggettivi scontati (“sorriso amaro”) o vaghi (“sorriso meraviglioso”)? Questa è una lezione di tecnica? No, è una “lezione di sguardo”: ci dice che dobbiamo guardare meglio e più a fondo il sorriso che abbiamo davanti. Solo così troveremo un aggettivo che ne definisce la natura in modo più chiaro e preciso. Ma questa non è una “tecnica” come quella che serve a usare il trapano: questo è qualcosa che riguarda non solo la pagina ma la persona. Imparare a definire meglio un sorriso non ti servirà solo a scrivere, ma anche a divertiti alle feste o a capire gli intrighi in Consiglio di Amministrazione.

Mentre le regole d’uso del Black & Decker parlano di un trapano e basta, ogni regola narrativa seria parla anche di noi. Perfezionare il proprio stile o la propria capacità di tessere trame, significa perfezionare il proprio modo di vedere e di sentire. Come dice Forster (66) “Se lo scrittore vedrà sé stesso in modo nuovo vedrà analogamente anche i propri personaggi, e ne verrà fuori un nuovo sistema d’illuminarli”.

Del resto, perché mai stiamo a perdere tempo dedicandoci ad una attività come la scrittura, che non pare tra le più richieste o le più redditizie? Siamo masochisti? Non siamo capaci di fare nient’altro? Siamo disadattati sociali? 

A parte pochi casi, no, non è per questo. In genere ci si avvicina alla scrittura mossi da un desiderio più o meno consapevole di capire meglio, di avere uno sguardo più limpido, di sentire in modo più ordinato e preciso. Le ragioni della “aspirazione a scrivere” si annidano in un desiderio di crescita spirituale che è in qualche misura naturale ma trova sempre meno sbocchi nelle nostre vite così come sono.

Perché parlo di tutto questo? Perché se la tecnica è un ponte tra l’interno (noi stessi) e l’esterno (la scrittura), non è detto che la soluzione sia sempre lavorare sulla scrittura: a volte serve anche, e forse più, lavorare su noi stessi. 

Sarò matto ma sono convinto che gli errori nell’uso del punto di vista narrativo, la genericità di un personaggio, la trama esile o viceversa troppo densa, le ingenuità dello stile, possono essere definiti come problemi tecnici, ma spesso affondano le loro radici in qualche zona antecedente alla tecnica. Tante volte (anche se non sempre) nascono dal nostro personale rapporto con la scrittura, dai nodi non sciolti tra emozioni profonde e gesto creativo, dalla scarsa fiducia nelle nostre capacità (o in deliri di grandezza, che è la stessa cosa), dalla paura di portare la scrittura su terreni pericolosi e perciò fertili, o da tante altre questioni che con la tecnica non hanno niente a che fare.

Finché questi problemi non vengono risolti, o almeno non diventano visibili, parlare di questioni tecniche è come insegnare sofisticate diete a qualcuno che nel profondo desidera mangiare più di ogni altra cosa al mondo. Servirà solo ad aumentare la frustrazione.

Così ho deciso: ogni due lezioni di “tecnica pratica” ne farò una di questa roba qua, che non so come nominare e che – con ironia, sia chiaro – ho chiamato “Lezioni di talento” .

Il nome viene da una riflessione di Dorothea Brande che (nel 1934!) scriveva che chi tiene corsi di scrittura si sente obbligato a dire che “il genio non si insegna”, provocando crisi di sconforto nell’aspirante scrittore, perché lui, segretamente, si era iscritto proprio sperando di impararne almeno un pochino.

Oggi “genio” è stato sostituito dal più laico “talento”, ma la sostanza resta identica. Ogni discorso sulla tecnica narrativa inizia dicendo “il talento non si insegna”. La frase a livello logico è incontestabile ma a livello emotivo è una mazzata, perché il “talento” è la magia della scrittura, la differenza tra un’emozione e il nulla, il motivo per cui tutti amiamo leggere. Quello per cui vogliamo scrivere. Ma se il talento non si insegna, che diavolo stiamo a fare qua? A imparare come mettere insieme una trama e come scegliere aggettivi?

Ecco l’imbroglio. Il significato reale della frase “il talento non si insegna” è che allora non si insegna niente di rilevante.

E allora, come provocazione, ho scelto come titolo proprio l’impossibile “Lezioni di Talento”. Al di là dell’ironia, sono lezioni che mirano ad affrontare un problema importante: il “come scrivere quando non si scrive”. Secondo logica, avrebbero dovuto essere un primo capitolo che precedeva il resto. Ma le riflessioni all’inizio sono una palla, quindi le facciamo adesso, dopo le prime due lezioni pratiche.

La lezione non è finita ma ci sono 30 secondi di pubblicità da parte di chi ha reso possibile questo Corso gratuito: vi prego di aprirla 🙂

OK, SONO SEMPRE IO

Il corso è un regalo, sta qua dal 2009 e non l’ho mai usato per promuovere le mie cose. il-giro-della-verita-fabio-bonifacci
Faccio eccezione per questo romanzo a cui tengo in modo particolare.

Perché è il mio primo vero romanzo, perché sognavo di farlo da quando ero bambino, perché secondo me è  molto bello.

Puoi leggerlo perché ti piace lo stile con cui è scritto il sito.
Per capire se e come le regole del corso funzionano nella pratica di una narrazione. 
Perché frequenti il sito da anni e se ti dico che è bello, ti fidi.
Perché non ti fidi, e vuoi scrivere una stroncatura che sarà pubblicata qua.
Perché il romanzo sinora è piaciuto molto a chi lo ha letto. 

Oppure puoi non leggerlo, io capirò: la vita è breve e i libri sono tanti. Però un po’ mi dispiace.

Qua puoi saperne di più. E grazie per l’attenzione.

Il limbo del “Sarò in grado?”

Tra i problemi della scrittura che stanno “prima dello scrivere” uno dei più melmosi è l’insicurezza, il senso di colpa, la paura di “star perdendo tempo”. Il tutto riassunto nella domanda fatidica: io avrò talento? Sarò in grado di scrivere?

Diciamolo subito: questo limbo è una situazione comoda. Permette di stare con un piede dentro la scrittura e un piede fuori. È una condizione in apparenza tormentata ma che regala la calda e illusoria sicurezza delle scelte fatte a metà. Confortevoli e inutili.

Ci vuole un po’ di coraggio. È indispensabile abbandonare il limbo e gettarsi, da una parte o dall’altra. Il motivo non è etico, è pratico: scrivere bene una bella storia richiede ogni nostra energia interiore e non possiamo regalare al dubbio nessuna delle nostre forze, che sono scarse per definizione. Sulla scrittura si deve scommettere senza riserve. Magari per un tempo limitato, ma bisogna farlo.

Basti pensare alla fatica delle revisioni. Nel cinema riscrivere una sceneggiatura tra 7 o 10 volte rappresenta la normalità. Nella narrativa è uguale: la necessità di fare molteplici revisioni al testo è capitata a Tolstoj (sette) e a Moravia (nove) nel pieno della loro maturità artistica. Forse può capitare anche a noi durante la nostra prima storia, no?

La domanda pratica è: come si fa a riscrivere 9 volte una storia se ci si continua a chiedere “sarò in grado di scrivere?”. È chiaro che non si fa, dopo una o due riscritture si getta la spugna. Poi, se il bisogno è davvero forte, si riparte con un’ altra storia, con maggiori dubbi sulle proprie capacità e un accresciuto senso di colpa perché “forse sto perdendo tempo”. A forza di tentativi timorosi compiuti al sussurro di “sarò in grado?”, si finisce per perdere molto più tempo che con un tentativo determinato, una “scommessa senza riserve”.

Questo non significa che per scrivere dobbiamo tirarci fuori dalla vita. La “scommessa senza riserve” possiamo farla anche con poche ore a disposizione, in presenza di impegni, lavori e affetti da gestire. Non sono i limiti esterni che ci impediscono di abbandonare il limbo. Potrei farvi 500 esempi di scrittori che hanno prodotto centinaia di pagine mentre facevano un lavoro, pensavano alla famiglia o gestivano reti di relazioni complicatissime. Il problema non è quasi mai è l’agenda, sono i sensi di colpa: avrò le qualità? Sto perdendo tempo? È questo fardello che va buttato a mare.

Ci sono solo due soluzioni sensate per chi si trova nel limbo del “sarò in grado?”. Mettere da parte i dubbi e scrivere oppure, se i dubbi sono troppo forti, mettere da parte la scrittura e non pensarci più.

Il vero modo di buttare il tempo è stare nel limbo, perché tra l’altro questa domanda contagia ciò che si scrive. Dice Gardner: “È difficile essere contemporaneamente un buon scrittore e una persona che si sente colpevole; nella prosa che uno scrive si insinua una mancanza di rispetto nei propri confronti”. Insomma, i dubbi dello scrittore su se stesso tolgono alla scrittura l’autorevolezza, una delle sue doti più preziose.

Non c’è nulla di male nel rinunciare a scrivere: si risparmia fatica e tempo, si perdono ricompense incerte e raramente adeguate allo sforzo. Dunque, è una scelta saggia. Se invece abbiamo voglia di continuare, basta dubbi. Finché non abbiamo finito il lavoro, siamo scrittori che credono in se stessi. Abbandoniamo ogni tormento sulla nostra adeguatezza e gettiamoci, considerando ogni problema, ogni blocco, ogni errore, come un normale ostacolo da superare col lavoro, la ricerca, la riflessione.

Se si riesce a compiere questo scatto – scrivere da scrittori anziché da timorati aspiranti oppressi da sensi di colpa – si può assistere a un miglioramento notevole, a volte miracoloso della scrittura. Per alcuni aspiranti di talento bloccati dall’insicurezza, questo scatto mentale può sostituire ogni altro insegnamento e fornire la chiave per scoprire da soli le tecniche necessarie. Perché la vera dannazione, dentro al limbo, è che le energie deragliano dal loro corso. E anziché interrogarci sulla sorte dei nostri personaggi, finiamo per interrogarci sulla nostra sorte di scrittori. Con gravi conseguenze su entrambi i fronti.

2 commenti su “Lezioni di talento”

  1. Ciao, sono capitata qui “per caso” e ora non riesco più a uscirne…
    Grazie per aver reso disponibile un corso del genere, esposto chiaramente, gratuitamente(?!) e in modo
    semplice e simpatico. Aiuta a crescere (e non mi riferisco alla scrittura). Complimenti davvero.
    (P.S.: la pubblicità di 30 secondi ha funzionato!)

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    • Grazie ma non darmi troppe responsabilità: il corso aiuta (forse) nella scrittura, nella crescita in generale può anche darsi ma non garantisco: è un effetto collaterale! 🙂 E sono molto felice che la pubblicità funzioni…

      Rispondi

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