Lezioni di talento – D: I sogni insegnano a scrivere

Incoscienza gioiosa

Garcia Marquez aveva una famiglia, due figli e un impiego come giornalista quando a poco più di trent’anni anni si licenziò e si chiuse in una stanza a scrivere, mentre sua moglie, con una creatività non inferiore alla sua, riusciva a convincere i negozianti a farle credito. La cosa andò avanti per 18 mesi, alla fine dei quali uscì dalla stanza con Cent’anni di solitudine. Nel giro di poco tempo il libro “si vendeva per le strade come hot-dog”, ma questo fu un accidente. Per quanto ne sapeva Garcia Marquez, il libro poteva andare come i precedenti (buone critiche e poca grana) lasciando la famiglia nella miseria e, vista la mole di debiti, quasi ai margini della legalità.

Garcia Marquez definisce questa e altre scelte della propria vita come “incoscienti”, giustificandole con un “irragionevole ottimismo che ho sempre considerato la mia migliore qualità”. Ecco, la parentesi è questa. Dopo aver studiato per anni grosse antologie in cui la vita degli scrittori è stata raccontata come interminabile riflessione sui mali del vivere, ricordiamoci che il più celebrato scrittore contemporaneo vede come sua migliore qualità un “irragionevole ottimismo”.

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Non è un caso isolato. Molti scrittori che nei ritratti scolastici appaiono come tetri individui che grondano lacrime sulla miseria dell’esistere, hanno invece una forma di gioia tutta particolare e un tantinello incosciente.

Nel suo bel libro su Tolstoj, Pietro Citati racconta come lo scrittore russo abbia provato anche più di un “irragionevole ottimismo”. Tra le testimonianze, c’è questa lettera alla cugina: “È arrivata la primavera! Nella natura, nell’aria, in tutto c’è speranza, avvenire: un avvenire meraviglioso (…) a volte mi sorprendo nella piena illusione di essere una pianta per crescere semplicemente, tranquillamente e gioiosamente nel mondo di Dio. (…) Sotto i nostri occhi si compiono i miracoli. Ogni giorno, un nuovo miracolo”. Ci sono molte testimonianze di un Tolstoj che prova come un senso di mistica fusione con gli uomini e le cose sino a sentire “una bellezza troppo grande”. (22) Non a caso Pietro Citati conclude che Tolstoj “fu felice come pochi esseri umani” (92).

Persino un autore considerato ombroso e poco avvicinabile come Nabokov considera quasi un ferro del suo mestiere di scrittore “la fede irrazionale nella bontà dell’uomo”. Poi precisa che questa convinzione non si basa sui “fatti” né tantomeno sulle “traballanti filosofie idealistiche”. È soltanto una verità personale, una “verità solida e iridescente” che oppone al mondo “dei direttori di giornali e di altri brillanti pessimisti”. E che oppone soprattutto al mondo comune che è “quadrato mentre tutti i valori e le visioni più essenziali sono meravigliosamente rotondi, rotondi come l’universo o come gli occhi di un bambino, la prima volta che vede uno spettacolo al circo”.

Di esempi ne potrei fare moltissimi. Pur essendo ovviamente capaci di guardare con occhio fermo ai drammi della condizione umana, gli scrittori migliori sembrano spesso capaci di una strana forma di felicità pagana. Una capacità di fondersi nell’esistenza che, probabilmente, non è estranea alla capacità “professionale” di abitare altre vite.

Insomma, pochi scrittori somigliano alla cupezza jettatoria che emerge dalle antologie o da certa critica letteraria. Al contrario, se c’è uno stato d’animo che forse è più facile trovare negli scrittori che in altre categorie, è una gioia irrazionale, un’esperienza quasi mistica di partecipazione all’esistenza, una fusione con le cose che permette di percepirne la bellezza con una forza che annichilisce.

Volevo ricordare questa cosa perché viviamo in un paese che a scuola racconta la letteratura, il teatro e il cinema d’autore come una lista di trattati sulle disgrazie e sulla sfiga dell’essere vivi. Quindi volevo solo dire che se un mattino vi capitasse di svegliarvi felici, non c’è da preoccuparsi! La capacità di gioire è perfettamente compatibile con la scrittura. Anzi, al contrario, secondo me è un ingrediente – e pure importante – del misterioso “talento”. Fine parentesi.

Genio e regolatezza

Per essere scrittori, occorre coltivare un temperamento da scrittori. Questa è una frase piuttosto banale. Anche per essere rappresentanti occorre coltivare un temperamento da rappresentanti. Il problema, nella scrittura, è la difficoltà di vedere da vicino il modello perché di rappresentanti ne abbiamo visti in abbondanza, ma quanti scrittori abbiamo conosciuto nella nostra vita?

Come diceva Indro Montanelli, “questa società non elimina i talenti, li disperde”. Non esistono più circoli, cenacoli, laboratori, luoghi in cui le persone che scrivono e quelle che vogliono scrivere possano guardarsi in faccia, trovare analogie tra loro, capire a che razza appartengono.

Così i modelli nascono dalle fantasie e dai racconti popolari, in cui lo scrittore ha una vita sregolata e maledetta, è geniale e vanitoso, incapace di ordine persino sulla sua scrivania, con una vita sentimentale promiscua, dominato da impulsi inconsci e oscure ispirazioni.

Da dove nascano queste dicerie lo sa – se lo sa – soltanto Iddio. Perché, dietro l’inevitabile varietà dei temperamenti, se esistono alcune caratteristiche più frequenti nella tribù degli scrittori, queste sono proprio l’opposto.

Gli scrittori sono perlopiù persone abitudinarie, con una vita all’apparenza tranquilla e persino noiosa, concentrati sul proprio lavoro e poco distratti dalle vicende del mondo. Non manca qualche scrittore davvero eccentrico (né qualche generoso che vuole donare al pubblico l’immagine sregolata che si attende), ma se andiamo a guardare la maggioranza, troviamo per lo più una schiera di persone in apparenza assai placide. Moravia poteva descrivere i tempi della sua giornata con la precisione di un impiegato che timbra un cartellino. Garcia Marquez ha orari di lavoro rigidissimi a cui aggiunge fissazioni da vecchia zia (non lavora se non ha un mazzo di rose gialle sulla scrivania e, quando scriveva a macchina, ad ogni errore di battitura buttava via tutto il foglio). Quella di Italo Calvino era, per dirla con le parole del suo amico Eugenio Scalfari, “una vita interamente dedicata al lavoro”. E per un Hemingway cacciatore di donne e di elefanti, abbiamo Tolstoj e Manzoni, intenti a scrivere nelle loro campagne, protetti da una tranquilla vita familiare.

Persino un artista considerato maledetto come Baudelaire scriveva che la fedeltà è uno dei segni del genio (lettera a Madame Sabatier). E Flaubert ci ha regalato una frase che rappresenta quasi una poetica della vita senza trambusti: “Perché una cosa sia interessante, basta guardarla a lungo”.

Certo, non si vuole affermare che chi scrive debba essere una vecchia zia che non si muove mai di casa. Chi scrive può vivere come meglio crede. Il punto è che non bisogna illudersi che per scrivere bene basti una vita spericolata, né che la scrittura abbia come optional di serie una vita più interessante delle altre.

La vita interessante serve per scrivere l’autobiografia, non per inventare storie. Stevenson dice che “l’artista scrive con più efficacia e con più entusiasmo delle cose che ha solo desiderato fare, non di quelle che ha fatto. Il desiderio è un meraviglioso telescopio” (48).

Se vogliamo una vita avventurosa, non abbiamo che viverla, il mondo è lì che aspetta. Se invece vogliamo scrivere sarà bene ignorare le credenze popolari e non farci distrarre dalle presunte esigenze eccentriche del nostro ruolo. Per riuscire a creare una bella storia è statisticamente più probabile che ci occorra imparare a concentrare le energie, non a disperderle.

Come scrive Flannery O’Connor “se non riuscite a cavar qualcosa da un’esperienza ridotta, probabilmente non vi riuscirà da una più vasta”. E aggiunge: “Il dovere dello scrittore è contemplare l’esperienza, non dissolversi in essa”. (54)

Ma su questo tema, la definizione più folgorante è quella di Georges Roditi, che ci ha lasciato una frase che mi piace moltissimo: “Per creare una grande opera ci vuole un avventuriero che resti a casa”.

La lezione non è finita ma ci sono 30 secondi di pubblicità da parte di chi ha reso possibile questo Corso gratuito: vi prego di aprirla 🙂

OK, SONO SEMPRE IO

Il corso è un regalo, sta qua dal 2009 e non l’ho mai usato per promuovere le mie cose. il-giro-della-verita-fabio-bonifacci
Faccio eccezione per questo romanzo a cui tengo in modo particolare.

Perché è il mio primo vero romanzo, perché sognavo di farlo da quando ero bambino, perché secondo me è  molto bello.

Puoi leggerlo perché ti piace lo stile con cui è scritto il sito.
Per capire se e come le regole del corso funzionano nella pratica di una narrazione. 
Perché frequenti il sito da anni e se ti dico che è bello, ti fidi.
Perché non ti fidi, e vuoi scrivere una stroncatura che sarà pubblicata qua.
Perché il romanzo sinora è piaciuto molto a chi lo ha letto. 

Oppure puoi non leggerlo, io capirò: la vita è breve e i libri sono tanti. Però un po’ mi dispiace.

Qua puoi saperne di più. E grazie per l’attenzione.

Cattivi moventi

Uno dei grandi ostacoli alla buona scrittura è già scritto nel movente per cui si comincia a scrivere: la firma.

È difficile trovare qualcuno che cominci a scrivere spinto dal desiderio di raccontare il mondo. Quasi sempre si comincia per raccontare se stessi. Una minoranza, già sofisticata, inizia per mostrare l’acutezza del proprio sguardo sul mondo. In ogni caso, il movente iniziale è mettersi in mostra.

Dobbiamo farcene una ragione: tra i motivi per cui ci siamo avvicinati alla scrittura c’è spesso lo stesso bisogno di chi veste fosforescente in discoteca o compra automobili di tre metri più lunghe del necessario. È il bisogno antico di gonfiare il petto e gridare a tutta la giungla “sono qua anch’io”. Come fa, in modi più diretti e forse meno stressati, nostro cugino orango, con cui condividiamo il 99,8 per cento di Dna (dato sempre troppo trascurato).

In seguito però dovrebbe avvenire una svolta analoga a quella di chi negli anni Settanta si avvicinava alla politica perché c’era l’amore libero, poi ha iniziato a crederci davvero e a lavorare con tossicodipendenti, barboni ed ex carcerati in qualche cittadina di provincia.

Anche chi ha avvicinato la scrittura per pura vanità esibizionistica può (deve?) evolvere il prima possibile per arrivare al punto in cui si scrive per il puro gusto di raccontare, consapevole dei limiti e dei doveri che questo comporta. Per aiutarsi in questa svolta, si può rileggere ogni tanto Il giuramento del narratore contento.

Lo stile sei tu

In futuro nel corso parleremo di stile. Stile nel cinema. Stile nella narrativa. Stile nei dialoghi. Stile nei vari generi. Stile in eccetera eccetera. Ma il nocciolo della faccenda è che le più importanti lezioni di stile si possono riassumere in poche pagine e molti aspiranti scrittori le sanno già. Non è difficile trovarle, e chi è interessato in genere lo ha fatto da tempo.

Nel fare “lezioni di stile” ci si imbarca in micro-consigli tecnici, in faticose classificazioni di infinite possibilità, per poi dire alla fine l’unica cosa che conta, cioè due frasi verissime e piuttosto conclusive.

La prima è: “Ogni stile va bene purché sia necessario”, cioè intimamente legato alla materia e ai personaggi.

La seconda è: “Il tuo stile sei tu”. Il che significa alcune cose precise, e molto pratiche.

Se quando scrivi sei insicuro, si sente.

Se vuoi dimostrare la tua bravura, si sente.

Se non sai dove andare a parare, si sente.

Se hai paura, si sente.

Se hai dubbi sulla tua vocazione, si sente.

Se vuoi la fama si sente.

Se scrivi per scansare qualche problema personale, si sente.

Se non ne hai più voglia, si sente.

E se, alla fine, cerchi di mascherare quello che senti, si sente.

La scrittura è una particolare “seduta di psicoterapia” che non dice granché sulla personalità profonda dell’autore (anzi spesso la maschera) ma racconta perfettamente quel che l’autore prova mentre scrive. Quello entra nello stile. In una certa misura, quel che proviamo scrivendo è il nostro stile.

Troppo spesso i problemi di stile sono solo la spia di un nostro rapporto non risolto con la scrittura. Se è così, è giunta l’ora di provare a risolverlo. C’è un esercizio che può aiutarci. In questa e in tante altre cose.

Il miglior esercizio di scrittura che conosco

Conosco un esercizio, che ho praticato e pratico spesso, perché ha una capacità miracolosa di avvicinarci al nostro mondo emozionale.  L’ho trovato in un libro del 1934 dell’americana Dorothea Brande (pioniera dei corsi di scrittura in America e mai tradotta in Italia, che io sappia), poi ripreso nel 1974 dall’australiana Carmel Bird (pure lei inedita nel nostro paese, che io sappia).  Faccio queste citazioni esotiche solo perché ho verificato che, se descrivo l’esercizio puro e semplice, molti pensano “che stronzata” e non lo fanno.

Questo esercizio può sembrare in effetti una piccola cosa, invece ha una potenza atomica.

Il suo unico problema è che è troppo facile e spesso non riesco a farne capire l’importanza. Chiamiamolo quindi Dream Writing, che è più figo.

Il Dream Writing funziona così. Per un mese ci si prende l’impegno di dedicare ogni giorno un quarto d’ora a scrivere. Non è molto no? Quel che conta è il quando scrivere e il cosa.

Il quando è: appena svegli. Prima di bere il caffè, fumare la sigaretta, cambiare il pannolino, fare footing, vendere azioni. Prima di tutto. Appena ci si sveglia si prende un block notes e si scrive per 15 minuti. L’ideale sarebbe tenere il block notes sul comodino, e prenderlo appena si aprono gli occhi.

Cosa si scrive? I sogni fatti alla notte. Senza interpretarli, senza chiedersi cosa significhino. Li scrivete e basta.

Può essere che all’inizio i sogni non vi vengano in mente ma non c’è problema: in questo caso scrivete un ricordo di infanzia (più indietro è, meglio è).

Tutto qua… Facile no? Appena svegli prendete il notes e scrivete un sogno della notte o, in alternativa, un ricordo antico.

Questo esercizio così banale ha un potere quasi magico. È prezioso per trovare il proprio stile personale. Non quello artificioso che cerchiamo per fare i fighi: no quello vero, il nostro stile naturale. Inoltre è prezioso per far venir fuori i contenuti che vi premono.

Ricordate? All’inizio, si diceva quanto sia importante scrivere di cose che per noi contano, trovare “ciò che ci disturba”. Facendo questo esercizio, prima o poi viene fuori. Come? In modi che non c’entrano nulla: un pomeriggio viene un’idea, sembra una come tante, dopo un po’ che ci lavorate dite “cazzo!”. Avete messo il dito su qualcosa che per voi è molto importante. Ed è successo nel periodo in cui facevate l’esercizio.

Voi direte: ma come può un esercizio così semplice, quasi banale, produrre tanti miracoli? Perché, semplicemente, crea un collegamento fra la scrittura e l’inconscio. Sgretola le difese, abbatte muri, fa svanire paure. Infatti l’inconscio per definizione si difende, si maschera, non ha voglia di farsi vedere: è nella sua natura, sennò non sarebbe un inconscio.

Con questo esercizio lo stanate, lo tirate fuori dal suo nascondiglio, prima una zampina, poi una mano, poi magari vi mostra un istante quel musetto che forse somiglia a E.T.

E sapete perché si fa vedere? Perché ha capito che voi non lo guardate, che scrivete solo i sogni che lui usa per esprimersi, che non cercate di disegnare lui ma le sue invenzioni e le sue maschere. Allora si fida, si scopre un po’, inizia a giocare con la vostra penna che scrive. Per questo è importante non cercare di interpretare i sogni che escono con l’esercizio. Se l’inconscio si accorge che cercate di capirlo, torna in tana. Lui è un inconscio. Se vi limitare a giocare con lui, “a chiacchierare” scrivendo quel che produce, lui viene fuori sempre un po’ di più.

Per questo poi, quando di giorno scrivete, vi avvicinate al vostro stile e ai contenuti che per voi contano. Siete più in contatto con l’inconscio.

Inoltre, se fate l’esercizio, vedrete che i vostri sogni cambiano, a volte anche parecchio: è il vostro inconscio che sta giocando con voi, tramite la vostra penna.

Non c’è da aver paura. Con questo esercizio, state tranquilli, non conoscerete il vostro inconscio. Lui non è mica scemo. Si lascia un po’ stanare perché capisce che, grazie alla scrittura, può mostrarsi senza farsi svelare. E accetta di giocare.

Ma voi non saprete nulla di più dei vostri segreti profondi. Tuttavia questi segreti, sotto forme fantasiose, invieranno a  contaminare la vostra scrittura.

E questo, se ci pensate, è il nocciolo di tutta la faccenda. Quando si dice che la scrittura deve avere una sua verità profonda, si dice quella roba lì. Deve aver a che fare con ciò che ci disturba. E ciò che ci disturba sta nascosto proprio lì, nell’inconscio: ce lo mettiamo apposta, perché non vogliamo vederlo.

Vedrete che facendo l’esercizio succedono cose strane, e divertenti: il vostro stile di scrittura cambia, dopo un po’ cambiano anche i sogni, la scrittura giorno dopo giorno si avvicina alle zone nascoste della psiche, e si arricchisce.

Se per mestiere scrivete (qualsiasi cosa, anche depliant per saponi) vedrete che facendo questo esercizio la scrittura migliora, diventa più personale, più viva, più densa. Più vostra.

Forse diventerà così vostra che non andrà più bene per i saponi, e quel giorno sarete felici. Insomma questo esercizio è davvero un’esperienza esaltante, inutile parlarne tanto, perché le esperienze si fanno e basta.

Tutto quel che c’è da dire è: gli altri esercizi sono facoltativi, questo no. È assolutamente obbligatorio per continuare il corso. Da oggi si fa il Dream Writing per un mese tutti i giorni, appena svegli, per almeno 15 minuti.

Attenzione però: se state leggendo questo corso e non fate l’esercizio, avete un problema. Ripeto, questo è il miglior esercizio di scrittura che conosco. Quindi delle due l’una: o non vi fidate di me, quindi vi sconsiglio di perdere altro tempo con questo corso. Oppure un pochino vi fidate, e allora questo esercizio dovete farlo.

Da domattina.

E se non succede niente, scrivetemi pure che fare l’insegnante di scrittura non è il mio mestiere. Tra l’altro, non lo è davvero. Sono novellino.

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